
Toscana. Terra d'arte, di natura e d'incontaminata libertà. Terra di geni, chi più, chi meno. Soltanto da questo angolo di paradiso potevano evadere quattro ragazzi un po' sfasati con la fissa del musicare. In effetti loro, Pau (voce), Cesare (chitarra ritmica), Drigo (chitarra), Franco (basso), non suonano, musicano semplicemente.
Il loro rock poetico, reso inconfondibile da un mood aggressivo quanto basta, all'alba del loro sesto album (Greatest Hits esclusa) è diventato garanzia di successo e buona musica.
Indiscutibile la loro bravura nel realizzare lavori quali Reset (1999) - quella di Così è la vita per intenderci - e Radio Zombie (2001), che li hanno consacrati tra i mostri sacri della musica rock/alternative italiana. Un risultato confermato anche dall'inaspettato successo di singoli quali Holliwood, Bambole, In ogni Atomo, Cambio, Mama Maè (sì, quella di Così è la vita ).
Poesia confusa pacatamente a musica, passione delirante che li porta ad esibirsi con lo stesso entusiasmo degli albori, quando ancora non si sapeva se i soldi guadagnati in una serata bastavano per garantirsi un tetto per la notte.
E col nuovo album, L'uomo sogna di volare, hanno saputo sorprenderci ancora una volta, un rock al sapore latino.
Musicanti che ci sanno fare, vero Drigo? Cosa sono i Negrita?
"Passione. Per la musica, l'amicizia, i brividi sotto la pelle, l'armonia, la vita".
La Toscana è da sempre matrice del genio allo stato brado. Leonardo da Vinci. Dante. Petrarca. Tutti toscani. Tutti follemente artisti. Quale influenza ha avuto il vostro ego toscano nella carriera?
"La Toscana è un posto unico al mondo. Magico. La natura sembra esprimersi al massimo del suo splendore. Non esiste un panorama brutto o depresso o in qualche modo sofferente. È una condizione che trasmette sicurezza, fiducia e benessere spirituale a chi l'attraversa. Questa condizione necessariamente si riflette sull'arte ed ha sempre molto da insegnare a chiunque si metta in ascolto".
Nei vostri testi il diverso sembra davvero sopravvivere alla piaga del nostro tempo, il conformismo. Il buono sembra davvero battere il cattivo e l'uomo pare davvero capace di volare. È questo quello che volete trasmettere al vostro pubblico?
"La catena evolutiva di ogni forma di vita parla chiaro: lo spirito di conservazione ci accomuna tutti sotto lo stesso desiderio: adattarsi; meglio ancora, migliorarsi. Il desiderio di volare è un'ambizione impossibile eppure comprensibilmente urgente e poeticamente stimolante".
Cosa vi è rimasto della collaborazione con Aldo, Giovanni e Giacomo (nel 1999 hanno partecipato alla colonna sonora del film dei tre comici Così è la vita, ndr)?
"Abbiamo discusso del film durante una cena. C'eravamo noi, loro ed alcuni collaboratori. Tutto si è svolto in un clima divertente e rilassato. Ogni spunto sembrava ispirare una battuta. E le battute fioccavano. Strada facendo, durante la cena, ho capito che stavo assistendo a ciò che noi chiamiamo jam session: improvvisazione d'insieme. Le battute migliori venivano appuntate da un collaboratore. Improvvisamente, proiettato su di loro, ho riconosciuto con gioia il nostro stesso procedimento creativo: cercare l'utile nel divertimento".
Modestia a parte, siete diventati di diritto dei mostri sacri del rock italiano. Cosa pensate del panorama della musica del nostro Paese, oggi?
"Di recente, essere spesso in giro per il mondo ci ha suggerito prospettive nuove. Visto da lontano, il nostro Paese risulta oggi piccolo, culturalmente povero e poco propositivo. Circoscrivere l'interesse all'Italia è un atteggiamento che non c'interessa più: nasconde il pericolo di provincialismo e chiusura mentale".
Non a caso avete fatto un minitour in Sudamerica. Come ha risposto il pubblico latino alla vostra musica?
“Brasile, Argentina, Uruguay e Cile sono in realtà Paesi molto diversi. Ogni concerto è stato una storia a sé”.
Ne avete fatta di strada da Negrita fino ad oggi. Cosa ha contribuito alla vostra crescita come musicisti?
"Dal primo album ad oggi, la risposta del pubblico è andata spesso in contrasto con quella della critica, generando un'ambiguità che a volte ha confuso anche noi. Questo ci ha stimolati ogni volta a cercare altrove e a non ricalcare formule. Abbiamo pericolosamente sfiorato ogni genere e c'è voluto molto tempo per riconoscere ed assorbire la consapevolezza di un lessico personale nella nostra musica. Eppure, guardando alla nostra discografia vedo, se non altro, la coerenza e l'entusiasmo di un piccolo gruppo di amici sinceramente appassionati e continuamente folgorati dalle possibilità di questa grande forma d'espressione".
Alzo stereo a palla per non pensare, è diventata la filosofia di vita di molti ragazzi. Come vi vedete nelle vesti di 'profeti'?
"Sono un gran lettore di biografie altrui e assiduo frequentatore delle nostre… Posso dire con sollievo che s'impara molto anche dagli errori. Mi auguro che si guardi con critico interesse anche a quelli".
Come avete vissuto l'uscita di Zama dal gruppo (il batterista ha lasciato la formazione durante il tour Ehi Negrita! a causa della malattia del padre, ndr)? Quali conseguenze ha avuto sulla vostra produzione musicale?
"In seguito alla malattia di suo padre, che ora fortunatamente è di nuovo in forma, Zama ha scelto di prendersi cura dell'attività familiare. E' stata una decisione a suo modo eroica, difficile e sofferta. Per tutti. Il fatto che gli affetti siano rimasti intatti, in un certo senso credo renda più difficile il distacco per entrambe le parti; d'altro canto, però, perdiamo il musicista, non l'amico. Ad ogni modo, uscendo, Zama ha aperto una porta dalla quale è entrato in principio soltanto un vento freddo, sinistro e scoraggiante; ma poi sono arrivati musicisti eccellenti con le loro storie e le loro fresche energie. La paura del fallimento ha ceduto il passo ad un entusiasmo inedito che ha dato accesso a nuove possibilità: ecco che un grave momento di debolezza si è rivelato un ottimo spunto per rinascere con maturità".
Dedico questa intervista al mio amico Marco
Pubblicato su Zainet Lab n° 7 del 01/10/2005















