La libertà può essere definita come la condizione che permette ad un soggetto di operare delle scelte e di agire in conseguenza senza incontrare ostacoli proibitivi e, viceversa, di non agire, essendo anche questa una scelta, senza subire costrizioni in senso contrario. Questa è la definizione che riporta il dizionario, ma il concetto di libertà necessita una trattazione più ampia al fine di evidenziare quelle che sono state le modifiche apportate dal tempo e dalle più disparate condizioni politico-sociali della storia umana all’aspirazione alla libertà, che da sempre è uno dei più alti ideali a cui l’uomo abbia mai teso, dedicando e sacrificando alla sua attuazione tutto se stesso. A tale proposito mi sembra doveroso ripercorrerne la storia più antica, cioè quella che riguarda le nozioni filosofiche accostate a tale valore.
Il problema della libertà percorre la storia della filosofia a cominciare dal pensiero antico, nel quale si presenta come rapporto fra aspirazioni dell’uomo e onnipotenza del Fato, cui anche gli dèi debbono sottostare. Con il Cristianesimo, si parlerà invece di "libero arbitrio", termine che designa la possibilità di scelta delle proprie azioni, dunque l’autonomia, attribuita all’uomo, e alla quale fa riferimento il giudizio morale sul soggetto che agisce. Questo concetto ha dato luogo a numerose discussioni, particolarmente a partire da sant’Agostino, che si pone il problema di come conciliare la presenza di Dio con la decisione dell’uomo. I grandi scolastici si sforzano quindi di conciliare la libertà di scelta, di autodeterminazione di fronte a Dio, la "libertas minor", con la grazia, intesa come liberazione dalla servitù del peccato, la "libertas major". Questo equilibrio si rompe con la Riforma: per i grandi riformatori, infatti, il principio della grazia in cui si celebra la libertà assoluta di Dio tende a rendere insignificante e annullare il momento della libertà umana come potere di autodeterminazione.
Ciò di cui ho disquisito rappresenta il periodo storico in cui si è maggiormente formato il concetto filosofico e religioso di libertà. Da questo momento in poi, esso si esprimerà con grande vigore nella tradizione e nell’immaginario artistico-letterario.
Uno dei testi in cui viene esaltata la libertà di scelta dell’uomo è il "De dignitate hominis" di Giovanni Pico della Mirandola. Qui viene espressa l’orgogliosa coscienza della civiltà umanistico-rinascimentale, che ha posto al centro l’esaltazione dell’uomo e la valorizzazione dell’individuo, nei confronti del Medioevo, in cui gli individui erano parte di organismi politici o religiosi a carattere universalistico.
Il testo in cui, invece, viene drasticamente negato il libero arbitrio è il "De servo arbitrio" di Lutero, scritto in risposta al "De libero arbitrio" di Erasmo da Rotterdam.
Compiamo ora un salto temporale che ci porta nell’Italia di fine Ottocento, in particolare nella Sicilia di Giovanni Verga, dove è ambientata la novella "Libertà", tratta dalla raccolta "Novelle Rusticane". È una vicenda emblematica, peraltro narra di fatti realmente verificatisi in quegli anni, di come la libertà possa facilmente degenerare in follia collettiva, specialmente quando viene concessa ai ceti sociali meno abbienti, oppressi e vessati da un’aristocrazia feudale molto antica, composta da baroni latifondisti. La rivolta popolare interessa Bronte, un piccolo paesino siciliano arroccato su un colle spoglio e assolato, collocato nelle vicinanze dell’Etna. Il ceto contadino, inizialmente guidato dall’avvocato Niccolò Lombardi, credendo di essere legittimato dall’Unità d’Italia appena proclamata, decide di eliminare e perseguitare fisicamente i componenti delle classi sociali più elevate, colpendo con violenza ceca e indifferente, anche di fronte alle persone più deboli e indifese; non a caso, l’autore paragona la folla in subbuglio al mare in tempesta, spumeggiante, ondeggiante e afferma che nulla può essere fatto per fermare la sua forza dirompente. Il Verga lascia intendere molto bene l’atmosfera che regna tra gli abitanti e indirettamente denuncia la loro ignoranza e leggerezza d’azione con l’espressione . La conclusione è tragica, segnalata dalle poche ma ben significative parole : è l’inerzia cui s’abbandona la moltitudine dopo la mattanza, quasi attendendo la giustizia sommaria del generale Nino Bixio, luogotenente di Garibaldi, e i lunghi processi che poi si sarebbero celebrati in città.
La verità raccontata dal Verga si allinea con la tesi sostenuta da Erich Fromm nella sua analisi socio-psicologica "Fuga dalla libertà", nella quale l’obiettivo essenziale dell’opera consiste nella ricerca delle condizioni socio-psicologiche che hanno consentito la nascita del fascismo e del nazismo. Fromm ritiene, infatti, che se le condizioni politiche e socio-economiche, da cui dipende l’intero processo dell’individuazione umana, non offrono una base per la realizzazione dell’individualità, e se al tempo stesso gli individui hanno perduto quei legami che davano loro sicurezza, questo sfasamento fa della libertà un peso insopportabile, addirittura un dubbio, ed essa si identifica con un genere di vita che manca di significato ed orientamento, tendente a rifugiarsi nella sottomissione, in un genere di rapporto con il mondo che prometta sollievo all’incertezza, anche se priva l’individuo della sua libertà. Conseguentemente a ciò ritengo che si possa identificare la rivolta di Bronte come una "fuga dalla libertà", dovuta appunto alla scarsa capacità di resistenza alle suggestioni da parte della popolazione contadina, massa psicologicamente indifesa.
Vi è poi la testimonianza, certamente più recente, dell’ermetico Salvatore Quasimodo, che ci parla di una libertà che ha sede nel cuore, simboleggiata dalle "cetre", appesa "alle fronde dei salici" e calpestata da un barbaro "piede straniero", quello delle truppe naziste del Terzo Raich, la cui oppressione viene spesso designata col termine "Nacht und Nebel (Notte e nebbia) ". Di seguito riporto la poesia appena trattata "Alle fronde dei salici", scritta nel 1947 e appartenente alla raccolta "Giorno dopo giorno".
E come potevamo noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento.
Dal componimento emerge che di fronte al terribile quadro della guerra anche la poesia, nella tradizione fonte di libertà, ha dovuto tacere nei confronti dell’uomo, lacerato, torturato, offeso, ucciso. L’opera fa riferimento al Salmo 137, composta dal popolo ebraico durante la conquista babilonese, e rappresenta il lamento di un popolo per l’occupazione straniera che calpesta la dignità, la libertà, i sentimenti di ognuno e umilia profondamente. Per rendere ancor più forte l’atmosfera rievocata da Quasimodo eseguo una breve parafrasi: "Com’era possibile che noi poeti componessimo poesie allegre di fronte all’occupazione straniera nella nostra sacra Patria, di fronte all’umiliazione, ai morti abbandonati in mezzo alle piazze, sulla terra raggelata dall’angoscia, di fronte all’urlo cupo, segno di infinita disperazione, della madre che andava incontro al figlio "crocifisso" sul palo del telegrafo (riferimento religioso: come Cristo, ma sugli strumenti della spietata tecnica moderna), al pianto degli innocenti figli di coloro che erano morti sulle piazze? Alle fronde dei salici piangenti, oscillavano al vento le nostre cetre, simbolo della tristezza e della disperazione di un popolo".
Nel pensiero moderno e contemporaneo, è venuto maturando un concetto di libertà adeguato alla complessità unanimemente riconosciuta quale caratteristica del mondo in cui viviamo. E come sosteneva Giorgio Gaber, in uno dei suoi celeberrimi successi, "Libertà è partecipazione", sottolineando, con tale espressione, l’importanza del nostro attuale sistema politico, la democrazia, la cui caratteristica essenziale, consistente nell’attiva partecipazione dei cittadini alle decisioni che li riguardano, e dunque nella possibilità di stabilire da sé le norme destinate a regolare la vita politica e sociale, vale a fondamento primario della Repubblica.
Gussago, 31 Maggio 2006
Colpani Stefano

















