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Roberto Bertoni, 17 anni, Monterotondo (Roma)
Mercoledì 19 marzo 2008 @ 14:35:34




Un partito nuovo per un secolo nuovo - Intervista con Anna Finocchiaro

Quando nell’aprile dello scorso anno DS e Margherita si sciolsero nei rispettivi congressi, Piero Fassino disse: per affrontare al meglio le numerose sfide che ci prospetta il futuro, all’Italia “serve un partito nuovo per un secolo nuovo”. Riuscirà il Partito Democratico a farsi interprete di questo cambiamento? Riuscirà Veltroni a convincere gli indecisi, i giovani, i cittadini meridionali ma soprattutto gli scontenti del governo Prodi, a puntare ancora sul centrosinistra? Anna Finocchiaro, candidata per il PD alla presidenza della Sicilia e capogruppo, dell’Ulivo prima e del PD poi, al Senato durante l’ultima legislatura ci spiega i motivi per i quali tutto questo “si può fare”.

Anna Finocchiaro, partiamo dall’argomento che tiene banco in questi giorni: per via delle numerose culture che si incontrano nel PD, gli altri partiti vi accusano di essere un caravanserraglio come il governo Prodi. Qual è il principale vantaggio e arricchimento che traete da un confronto così ampio di idee? Come beneficerà di ciò il Paese?

Il Partito Democratico nasce dall'incontro tra le culture dei partiti che hanno deciso di dargli vita, i Democratici di Sinistra e la Margherita, con l'innesto proficuo della società civile, del mondo del lavoro, delle professioni, dei giovani. Le culture che si incontrato nel Pd sono quella laica, socialista, riformista, e quella del cattolicesimo democratico. Ma questa esperienza produce molto di più, perché abbiamo deciso di aprirci al nuovo, alle culture di chi non si è mai riconosciuto né nei DS, né nei Popolari di provenienza democristiana. E' per questo che abbiamo deciso di coinvolgere, già nell'assemblea costituente che ha scritto lo statuto, il manifesto dei valori e il codice etico del partito e poi attraverso le candidature per il Parlamento, giovani, lavoratori e precari, esponenti dell'associazionismo e della cultura, imprenditori, professionisti, laici e cattolici. La sfida che abbiamo colto è quella dell'apertura, del dialogo, dell'ascolto. E' chiaro infatti che la politica, in questo momento, per innovarsi e rispondere alle nuove esigenze dei cittadini del terzo millennio, ha bisogno soprattutto di sintonizzarsi di nuovo con la realtà sociale. In politica sono saltate le categorie tradizionali di giudizio, dobbiamo soddisfare i bisogni delle famiglie di fatto e allargate, dei cittadini immigrati, delle imprese che competono con la Cina, dei giovani che imparano prima a usare il computer e poi a scrivere. La politica deve confrontarsi con le nuove disuglianze, con l'accelerazione contemporanea, con il potere del mercato e della finanza internazionali. Credo che dalla crisi delle ideologie del passato sopravvivano e siano radicati nel presente solo i concetti di destra e di sinistra, per dirla con Bobbio. Nel senso che è  di sinistra chi si indigna di fronte alle iniquità e si ispira ai valori dell'uguglianza, della libertà, della giustizia e in nome di questi ideali si propone di trasformare la società. Mentre è di destra chi punta alla conservazione dell'esistente e alla tutela di particolari interessi. Ecco, io credo che il Partito Democratico abbia il compito di raccogliere tutte le forze riformiste e innovatrici della società italiana, per disegnare una nuova idea non solo della politica, ma anche del Paese. E' questo il vantaggio del nostro pluralismo culturale. Il programma del PD è il primo frutto di questo profilo identitario: punta sui giovani, sul lavoro al di là della dicotomia con l'impresa, sulle pari opportunità.   

Perché un ragazzo, indeciso se votare il PD o la Sinistra Arcobaleno, dovrebbe scegliere voi? Può indicare, in breve, i provvedimenti in favore dei giovani che intendete prendere se gli italiani vi accordano nuovamente la fiducia?

Direi di scegliere il PD a prescindere dal confronto con gli altri partiti perché è un partito più giovane, costruito pensando anche alle ragazze e ai ragazzi, per anni trascurati dalla politica, che sono stati coinvolti fin dalle prime tappe della fase costituente e che dunque hanno potuto contare, dire la loro, entrare negli organismi dirigenti, essere candidati alle politiche. Basta guardare le liste: il 30 per cento dei candidati del PD alla Camera è costituito da giovani. Quattro sono i capilista, anche alla prima esperienza politica. Noi siamo convinti che, per il suo rilancio, l'Italia debba investire sui giovani, sulla loro istruzione e formazione, dall'asilo all'università, sul lavoro che non può essere sempre precario. Per questo il nostro programma prevede di portare al diploma almeno l'85 per cento degli studenti e assicurare il successo formativo a tutti i  ragazzi fino a 16 anni. Punteremo inoltre sulla modernizzazione dell'università, sulla formazione lungo tutto l'arco della vita e sulla ricerca. L'età media dei ricercatori deve abbassarsi e gli investimenti in ricerca devono aumentare. Contro la precarietà e gli stipendi  troppo bassi che impediscono ai giovani l'autonomia vogliamo introdurre il compenso  minimo legale di almeno di 1000-1100 euro netti. Non possiamo garantire la stabilità di ogni singolo posto di lavoro, ma dobbiamo delineare una flessibilità che non sia anche precarietà di vita. Per questo vogliamo fare in modo che il lavoro "atipico" costi di più di quello stabile, e agevolare con incentivi la trasformazione dei contratti a termine in lavoro a tempo indeterminato. Riteniamo inoltre necessario costruire strumenti di sostegno economico nei periodi di disoccupazione, in modo che il passaggio da un impiego all'altro non sia traumatico ma consenta di mantenere fede agli impegni di vita di ciascuno. Vogliamo inoltre costituire fondi per il credito e il micro-credito a sostegno della creatività e dell'imprenditorialità giovanili. In aggiunta, intendiamo continuare ad agevolare l'affitto per i giovani e le giovani coppie. Ma c'è un'altra ragione per i giovani di votare PD: per la governabilità, perché l'Italia finalmente possa cambiare, e non a chiacchiere, ma coi fatti di un esecutivo stabile, non minato dalle risse di coalizione.  

In questi mesi si è parlato molto di antipolitica. Le cito un esempio che va nella direzione opposta: una mia compagna è molto rammaricata perché compie gli anni pochi giorni dopo le elezioni e non può votare. Come risponde a tanto entusiasmo? Perché per la mia generazione, a differenza della sua, è così difficile appassionarsi alla politica?

Sono contenta per la sua compagna. Sono madre di due ragazze e so che al di là di tanti luoghi comuni che girano sui giovani, sono in molti quelli che si appassionano, che vogliono contare, che vogliono partecipare a questa grande idea di cambiamento. Credo anche che le ragazze e i ragazzi si sentano oggi più precari rispetto ai loro genitori, meno sicuri del futuro che li attende e quindi anche meno disposti a mettersi in gioco. Poi dico: perché una politica che non si appassiona ai giovani dovrebbe appassionare i giovani? Questo è il punto, e il PD vuole incidere proprio su questa disaffezione, che impoverisce la politica, non solo i ragazzi. Per questo, come ho detto, abbiamo candidato tanti giovani, anche come capilista. Non solo per dare un segnale di discontinuità, ma proprio per portare forze nuove, nuovi stimoli, per ringiovanire la politica e avvicinarla a chi ha meno di trent'anni. Vogliamo innescare un circolo virtuoso di cambiamento in un Paese in cui chi ha quarant'anni viene ancora considerato uno che deve fare la gavetta, nel lavoro e nella vita, quando in altre paesi a quell'età si è al top della carriera. 

In questa campagna elettorale, il centrodestra sta martellando sul fallimento del governo Prodi. Indipendentemente dalle idee politiche di ciascuno, è lecito sostenere che l’ultima legislatura è stata una delle peggiori, se non la peggiore, per quel che riguarda la mancanza di dialogo e il costante clima di scontro fra gli schieramenti? 

Devo dire che il nostro schieramento ha sempre cercato il dialogo, fin dall'inizio della legislatura. Mi vanto di essere stata tra i primi a dire che abbassare i toni e provare ad instaurare quello che definisco il bipolarismo mite fosse un nostro dovere per il bene del Paese. In Senato abbiamo passato 20 mesi davvero difficili, in cui il gruppo dell'Ulivo, poi del PD, ha sempre tenuto la barra dritta. Abbiamo sempre cercato di evitare di ricorrere alla questione di fiducia per approvare i provvedimenti, perché è uno strumento che comprime molto gli spazi di espressione dell'opposizione. E' finita com'è finita, e tutti in Italia e all'estero hanno potuto vedere il senatore Gramazio, di Alleanza Nazionale, che ha stappato nell'Aula di Palazzo Madama una bottiglia di spumante, mentre Strano (sempre AN) si rimpinzava di mortadella, per festeggiare la caduta del governo Prodi. Sono immagini che hanno fatto il giro del mondo, e ci hanno fatto vergognare. Di fronte a questi fatti direi che non si può e non si deve equiparare tutta la classe politica, perché al centrosinistra questi comportamenti sono del tutto estranei. Tanto che per cercare di cambiare il registro della politica italiana, il PD ha deciso di gettare le armi in modo unilaterale. Veltroni ha dichiarato che sarà sempre propositivo ed eviterà di utilizzare anche solo toni offensivi nei confronti di Berlusconi. Noi abbiamo scelto la strada della proposta. Il leader del PDL però ha strappato il nostro programma nel corso di una trasmissione televisiva, continua ad inveire contro i comunisti, fa battute sarcastiche. Direi che la parola passa gli elettori, che possono decidere se scegliere la rissa continua o le proposte concrete, il 13 e il 14 aprile. 

L’altra battaglia del centrodestra è quella sul Meridione: additano Napoli e la Campania come esempio del fallimento della sinistra. Da donna del Sud, prima ancora che da esponente politico, come risponde a queste accuse? Come si può motivare la popolazione meridionale a recarsi alle urne, nonostante il comprensibile sconforto per la situazione che stanno vivendo?

Se persino un imprenditore come Antonio D'Amato, che non ha certo il cuore che guarda a sinistra,  rifiuta di candidarsi con il Popolo delle Libertà perché ritiene vecchio e insufficiente il suo programma per il Mezzogiorno, vuol dire che la Destra non riesce ad avanzare una proposta convincente per il Sud. Ricordo anche il caso di Totò Cuffaro, che ha festeggiato con i cannoli la sua condanna a "soli" 5 anni per favoreggiamento e rivelazione di segreto d'ufficio e ha cercato di rimanere, nonostante questo, Presidente della Regione. Tra lui e Raffaele Lombardo, il mio avversario nella competizione per la Presidenza della Sicilia, c'è una sostanziale continuità. Non credo dunque che questa Destra possa vantarsi sul Sud. Noi per il Mezzogiorno abbiamo puntato sulla legalità, sulle infrastrutture, sui servizi. Dobbiamo fare in modo di recuperare il gap con il resto dell'Italia in quanto a strade, autostrade, ferrovie, porti, interporti. Poi dobbiamo rendere conveniente la legalità per le imprese, perché adesso quelle sane  giocano in svantaggio contro quelle sostenute dal capitale mafioso. Se il mercato non è legale non si riesce neppure ad intervenire. Quindi: sgravi fiscali e certificazione di qualità per le aziende che non sono colluse con le mafie, che non inquinano e non sfruttano il lavoro nero. Dove vive bene un cittadino, vive bene anche un'impresa. E per alzare la qualità della vita occorre puntare sui servizi, rilanciare l'economia con un occhio all'ambiente e al paesaggio, alla cultura e quindi al turismo. Per questo, è necessario investire meglio e riuscire ad utilizzare i fondi europei, semplificare le burocrazie delle regioni meridionali, renderle efficienti. Soprattutto, cercheremo di capovolgere la questione: il Sud deve essere messo in condizioni di gestire la propria autonomia.  

Quest’anno ricorre rispettivamente il trentesimo e il quindicesimo anniversario di due grandi siciliani: Peppino Impastato e Don Puglisi. A quali dei loro messaggi si potrebbe ispirare nel portare avanti la sua azione politica?

Peppino Impastato e Don Pino Puglisi sono due figure esemplari e per certi versi speculari della lotta contro le mafie. La battaglia di Peppino Impastato si colloca nel solco dei movimenti studenteschi degli anni Settanta, dell'ansia di rinnovamento politico che scuoteva  da sinistra il mondo in quegli anni e che con lui finì con l'investire anche la Sicilia. Oltre a questo, la lotta di Peppino Impastato contro la mafia è stata particolarmente dura e ha avuto grande risonanza e un altissimo valore simbolico per un altro fondamentale motivo: si è svolta alla distanza di "cento passi" dalla criminalità organizzata. Il padre di Impastato era un boss, la sua casa, la casa di Peppino, distava a Cinisi 100 passi da quella di Gaetano Badalamenti. La lotta di Don Pino Puglisi è invece quella del sacerdote, dell'uomo di profonda fede nato da una famiglia povera, che combatte per educare i ragazzi ai valori del rispetto, della cultura, della convivenza civile e per questo si ritrova ad andare contro gli interessi della mafia. Entrambi cercarono di creare luoghi di aggregazione, di educazione, di cultura in un'Isola dal tessuto sociale duramente compromesso dall'infiltrazione mafiosa. Hanno pagato entrambi con la vita, e l'uno è divenuto un eroe laico, per l'altro è cominciato il percorso della beatificazione. Di Impastato, oltre alle cose che ho detto, mi rimane il ricordo di una giovinezza inquieta votata alla lotta antimafia, ma anche pervasa dalla poesia triste, “e quell'Amore Non Ne Avremo”, frase con cui termina una sua poesia e che compone  il nome Anna, che è anche il mio. Di Don Puglisi la forza di quella sua ultima omelia, poco prima di essere ucciso, in cui dal pulpito disse "ma ricordate, chi usa la violenza non è un uomo, si degrada da solo da uomo ad animale".

Entrambi furono uccisi per la loro lotta contro la mafia: in caso di elezione, quali sono le prime iniziative che intende attuare per proseguire con efficacia questa lotta e fugare i pregiudizi e le maldicenze dell’opinione pubblica nei confronti della Sicilia e dei siciliani?

La prima cosa che intendo fare contro la mafia è come ho detto quella di capovolgere la logica della lotta. La legalità deve diventare conveniente, stare dalla parte del giusto e del bene deve convenire. Bisogna continuare con l'indagine e la repressione, colpendo duramente l'economia mafiosa, e al contempo raddrizzare il mercato, rendendo conveniente la legalità per le imprese. In Sicilia grazie anche alla presa di posizione della Confindustria regionale contro il pizzo e contro gli associati che lo pagano,  si sta spandendo un virus positivo, quello della mobilitazione diffusa contro la criminalità organizzata, del coraggio. Sono di più gli imprenditori che denunciano, i commercianti che si ribellano, le famiglie che non stanno in silenzio. Credo che questo movimento di opinione possa, per esempio, premiare le aziende che non hanno niente a che vedere con la mafia.  In secondo luogo queste imprese devono trovare nell'amministrazione regionale una macchina efficiente, snella, capace di creare un sistema sano, per esempio per utilizzare e investire i fondi europei. Io credo che finalmente il vento sia girato, in Sicilia. E che le interpreti migliori di questo profondo cambiamento siano le donne. In una terra così maschia, così rude, la capacità di dialogo, di mediazione e, perché no, anche di cura delle donne può fare la differenza. A cominciare dal 13 e 14 aprile. 


 

 



 
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