Di Davide Ghio, 19 anni
La doppia vita degli angeli

Essere “angeli del fango” per me ed i giovani del Ponente con cui sono andato è stato condurre per una settimana una doppia vita: chi universitario, chi liceale, chi lavoratore; continuavamo regolarmente a prepararci per un esame, a studiare per l’interrogazione, a fare i turni previsti e a condurre le proprie passioni. Poi, ad un certo punto, ci improvvisavamo lavoratori di fatica, calzavamo stivali, recuperavamo tutti gli attrezzi da manovale più improbabili, le tute logore abbandonate nell’armadio da anni e uscivamo di casa completamente travestiti, un misto fra un pescatore ed un muratore. E tutto assumeva un punto di vista diverso: la pala e quegli abiti infangati erano il simbolo di noi giovani civilmente impegnati, di noi genovesi che nel momento del bisogno non abbandoniamo i nostri concittadini, anche se per la maggior parte conosciamo la Val Bisagno solo di nome e non ci torneremo chissà per quanto tempo. La gente ci guardava un po’ stupita, gli anziani sussurravano elogi alla gioventù, qualche signora offriva una caramella, qualcuno si stupiva che non fossimo pagati. Ma non è certo per questo che si prendeva in mano quella pala. Erano addirittura un impedimento, quelle lodi e quegli incoraggiamenti: tutto quello che volevamo era spalare del fango, sgomberare magazzini, ripulire strade; eravamo paradossalmente quasi dispiaciuti che al nostro arrivo in Corso Sardegna già non ci fosse quasi più niente da fare. E, sfatando una possibile supposizione, non era certo il protagonismo o la voglia di sentirci eroi, e nemmeno ideologie o fedi particolari a mandarci avanti, ma semplicemente un bisogno interno, un imperativo di kantiana memoria, una briciola di senso civico innato che fa dell’uomo un animale sociale, che vive con e per gli altri. E il ricordo di quel fango non rimarrà solo nelle tute e negli stivali ormai incrostati, ma nei cuori di tutti noi.
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