Di Arnold Koka
Parola d'ordine: (non) dimenticare

Candidato agli Oscar per la Germania, “Il labirinto del silenzio” racconta luci ed ombre di un periodo fino ad ora mai raccontato. Gli anni ’50, quelli del “miracolo economico” in cui in Germania la memoria era un tabù

Te l’avevo detto Kate: fai un film sull’olocausto, i premi arriveranno». Così Ricky Gervais apriva la cerimonia dei Golden Globe del 2009. Con una delle sue più pungenti e acute battute, il comico britannico si rivolgeva bonariamente a Kate Winslet, che aveva appena vinto l’Oscar per la sua interpretazione in The Reader, affermando, con quel sarcasmo tipico della comicità inglese, l’esistenza di un vero e proprio sub-genere cinematografico, che non conosce critica, ma soltanto premi. Infatti, se da un lato sotto questo filone “storico-drammatico” si sono visti realizzati alcuni dei film più belli di sempre, dall’altro si è potuta notare una - a volte - eccessiva produzione cinematografica sul tema, non sempre giustificata dalla fisiologica necessità umana di farsi domande e darsi risposte su eventi storici spaventosi tramite l’arte. 

Per questo ed altri motivi, si è venuta a creare nell’opinione comune quella che in America è stata definita la “holocaust fatigue”, una sorta di monotonia dovuta alle eccessive ripresentazioni del tema sotto mille varianti. 

 

A distaccarsi decisamente da questa tendenza è Il labirinto del silenzio di Giulio Ricciarelli, un film che apre la mente a nuove prospettive storiche, e soprattutto a nuove considerazioni e analisi su un periodo dimenticato da tutti, anche dagli stessi libri di storia: quello della rinascita economica dopo la guerra, quello del rock’n’roll e delle sottogonne. Una fase in cui il nazismo era scomparso formalmente, ma non materialmente, rimanendo vivo, nella quotidianità e nella mentalità della popolazione tedesca, che rifiutava la memoria della sua stessa storia. E attraverso il rifiuto sperava di lavarsi la coscienza da colpe e responsabilità. 

Il film di Ricciarelli racconta lucidamente, senza perdersi in inutili sentimentalismi, la ricerca del giovane pubblico ministero Johann Radmann, interpretato da Alexander Fehling, della verità sul periodo nazista e sulle colpe che la generazione precedente ha tentato di cancellare. Grazie all’aiuto di un giornalista, Thomas Gnielka, il giovane pm di Francoforte indaga su uomini che, dopo aver prestato servizio ad Auschwitz ed aver perpetrato terribili torture, vivono indisturbati tra la gente comune. Ma in verità la strada si rivela essere un labirinto, costellato da silenzio, omertà e complicità delle istituzioni e degli stessi tedeschi. La realtà che il giovane Radmann scopre è ben diversa da quella che si aspettava: una realtà in cui nessuno è davvero innocente, ma tutti sono responsabili. 

Emblematico è il titolo stesso della pellicola, che come dice Ricciarelli «è fondamentale anche per comprendere il significato del film. In tedesco il titolo è Il labirinto del tacere, perché il tacere è un atto attivo: corrisponde alla volontà di voler nascondere la verità, ostacolandone la ricerca, e quindi la memoria». Una volontà propria della maggioranza dei tedeschi dell’epoca, in qualche modo in continuità con quella che aveva permesso, un paio di decenni prima, il compimento di atrocità che oggi ormai tutti conoscono, ma che subito dopo la guerra si tentavano di occultare. Grazie a uomini come il Procuratore generale di Francoforte Fritz Bauer - interpretato dalla leggenda del teatro tedesco Gert Voss - in Germania si è potuta riportare l’attenzione pubblica sui crimini commessi ad Auschwitz, facendo letteralmente scoprire il campo di concentramento ai giovani dell’epoca, del tutto ignari della sua esistenza. Bauer è «un eroe dimenticato - come lo definisce il regista - la cui unica volontà non fu quella di capire chi era colpevole e chi era innocente, bensì quella di educare i propri connazionali alla memoria e alla ricerca della verità». Non sarebbe stato possibile, infatti, suddividere la Germania in colpevoli e innocenti, giacché tutti erano stati colpevoli, in un modo o nell’altro. Un’espressione moderna del male talmente condivisa e partecipata, da essere stata definita “banale” da una delle più grandi filosofe del XX secolo, Hannah Arendt. Alla lezione arendtiana il film si ricollega più volte, anche se indirettamente, proponendo in particolare una riflessione su concetti di colpa e responsabilità. «Il film permette di fare una distinzione fondamentale tra colpa e responsabilità - dice Ricciarelli - la prima è individuale, la seconda è collettiva. Così, se la colpa delle atrocità compiute ad Auschwitz è solo di chi le ha commesse, la responsabilità è di tutti, perché hanno tacitamente permesso che accadessero». 

Significative in questo senso sono le parole di Fritz Bauer a Radmann nel film: «Auschwitz non è il campo, gli ufficiali o Mengele. Auschwitz sono tutti quelli che non hanno detto di no». 

Originale lezione di storia e di filosofia, Il labirinto del silenzio trasmette perfettamente l’originario messaggio di Bauer e di tutti coloro che hanno ricercato la verità, senza perdere niente sul piano dell’intrattenimento. Il film c’è, ed ha un suo spessore. Vedremo se i premi arriveranno.

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