il mondo di zai.net
Di Lady Iron
Memorie in bianco e nero
«Mio nonno muore ogni volta che un crimine resta impunito, ogni volta che un massacro di innocenti viene rimosso, ogni volta che un bambino viene mutilato da una mina che non sia di matita, ogni volta che il silenzio discende sulle masse che non sanno. Mio nonno muore ancora di più in questi tempi di finta pace». Con queste parole l’eclettico Simone Cristicchi presenta il suo ultimo libro, Mio nonno è morto in guerra, che raccoglie tante storie di uomini e donne e i ricordi della loro giovinezza, segnati dal secondo conflitto mondiale.
Fotografie incisive, brevi ritratti che con la forza del racconto emozionano e commuovono, indignano e meravigliano. Perché, soprattutto se sei giovane, spesso «non sai nemmeno cosa sia la Resistenza e cosa abbia significato per il nostro Paese. Oggi viviamo in un mondo che cerca sempre di soffocare le voci, soprattutto degli anziani». Il libro di Cristicchi racconta del reduce che non vuole farsi chiamare così perché “è una parola che contiene “re” e “duce”, i due che hanno la responsabilità di tutto”; parla dei soldati che hanno attraversato il gelo della Russia, degli eroi che “non sono gli uomini della trincea e basta, ma anche chi ha trovato la forza di farsi congelare i piedi pur di tornare a casa”.
Dai ritratti emerge dunque anche la storia che non si racconta o che passa sotto silenzio: e così fra una pagina e l’altra troviamo tedeschi “buoni”, o violenze di cui si sono resi protagonisti alcuni partigiani. «Un paio di anni fa ho conosciuto Li romani in Russia, (il testo di Elia Marcelli che Simone sta portando in giro nei teatri italiani; sul suo blog trovate le date di aprile) e ho capito l’importanza di raccontare queste storie, per evitare che le nuove generazioni non ne abbiano più cognizione. E così durante la tournée, di città in città, il pomeriggio me ne andavo a intervistare persone che avessero voglia di raccontare la loro storia. Man mano abbiamo raccolto centinaia di interviste: il mio scopo era creare un libro con tanti punti di vista diversi sullo stesso periodo: sei, sette anni a cavallo della seconda guerra mondiale. Volevo dare una visione completa, anche se un libro è incompleto per definizione».
E così nel testo trovano spazio le donne: staffette, madri di famiglia responsabili, ragazze sottoposte a terribili sevizie; la guerra l’hanno fatta anche loro. La fanno le masse, le persone comuni, ma si parla sempre dei pochi noti: «Ai tempi del fascismo c’era solo un organo di informazione. Oggi l’orrore lo vediamo in faccia su Youtube, ma non vorrei che poi ne diventassimo assuefatti: avere tante informazioni a disposizione è come non averne nessuna».
Musica, libri, teatro: Simone è un artista a tutto tondo che si autodefinisce «un ricercautore, pronto a mettermi in discussione e a cambiare pelle. Magari non riempirò mai uno stadio ma sarò felice di aver fatto una vita molto intensa».
Fotografie incisive, brevi ritratti che con la forza del racconto emozionano e commuovono, indignano e meravigliano. Perché, soprattutto se sei giovane, spesso «non sai nemmeno cosa sia la Resistenza e cosa abbia significato per il nostro Paese. Oggi viviamo in un mondo che cerca sempre di soffocare le voci, soprattutto degli anziani». Il libro di Cristicchi racconta del reduce che non vuole farsi chiamare così perché “è una parola che contiene “re” e “duce”, i due che hanno la responsabilità di tutto”; parla dei soldati che hanno attraversato il gelo della Russia, degli eroi che “non sono gli uomini della trincea e basta, ma anche chi ha trovato la forza di farsi congelare i piedi pur di tornare a casa”.
Dai ritratti emerge dunque anche la storia che non si racconta o che passa sotto silenzio: e così fra una pagina e l’altra troviamo tedeschi “buoni”, o violenze di cui si sono resi protagonisti alcuni partigiani. «Un paio di anni fa ho conosciuto Li romani in Russia, (il testo di Elia Marcelli che Simone sta portando in giro nei teatri italiani; sul suo blog trovate le date di aprile) e ho capito l’importanza di raccontare queste storie, per evitare che le nuove generazioni non ne abbiano più cognizione. E così durante la tournée, di città in città, il pomeriggio me ne andavo a intervistare persone che avessero voglia di raccontare la loro storia. Man mano abbiamo raccolto centinaia di interviste: il mio scopo era creare un libro con tanti punti di vista diversi sullo stesso periodo: sei, sette anni a cavallo della seconda guerra mondiale. Volevo dare una visione completa, anche se un libro è incompleto per definizione».
E così nel testo trovano spazio le donne: staffette, madri di famiglia responsabili, ragazze sottoposte a terribili sevizie; la guerra l’hanno fatta anche loro. La fanno le masse, le persone comuni, ma si parla sempre dei pochi noti: «Ai tempi del fascismo c’era solo un organo di informazione. Oggi l’orrore lo vediamo in faccia su Youtube, ma non vorrei che poi ne diventassimo assuefatti: avere tante informazioni a disposizione è come non averne nessuna».
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