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Di Dario Carere
sabato sera
Genova senza parole
Quando a parlare sono le immagini
Certo, questa è solo l’impressione di un giovane calabrese, che qui ci vive da 10 anni; in un certo senso, né più né meno di un immigrato maghrebino, reduce da un villaggio di deserto. Ma ciò che soprattutto mi colpì al mio arrivo, e tuttora, fu che i lavori artistici su Genova non si limitano a quel lato pittoresco-romantico che si ostina a comparire in mille mostre ed esposizioni di strada, utile a colpire il turista più ingenuo o semplicemente il cittadino incolto (l’odiosa barchetta sulla sabbia, e le facciate variopinte sullo sfondo), ma trovano sempre aspetti nuovi e colori nuovi, che colgono la diversità, l’evoluzione, il caos. Ci sarebbero fin troppe immagini, fin troppi filmati da costruire sulla Superba caleidoscopica. E un ennesimo esperimento è giunto da due artisti che non sono genovesi, ma abbastanza fantasiosi per raccontarla.
“Genova senza parole”, di Nicolò Paoli e Stefano Fioresi, ospitata dalla Sala della Dogana, si è conclusa il 4 dicembre. Modenesi l’uno e l’altro, hanno parlato di Genova come della propria città, la città del cuore, con il suo brulicante entusiasmo, le sue zampe di vita. “Senza parole” perché parlano le immagini, certo, ma forse anche perché le immagini lasciano senza parole. Circa gli aspetti più tecnici della loro felice collaborazione, il sito “Città di Genova” è certo esauriente e ricco; ciò che potrei dire di nuovo, è che probabilmente il loro personale modo di vedere la città ha di bello che non sa scegliere tra il colore e il bianco e il nero. Se da una parte Nicolò pone sulle foto giganti di Stefano delle vivaci macchie di colore con il sac a poche, come per preparare un dolce, dall’altra si dedica a bianche macchie circolari di colla, che solidificata assume la consistenza della plastica; così, simili a bottoni, o ad occhi guardinghi, questi cerchi bianchi punteggiano il vicolo approfondendo il viaggio, rigonfiando l’ambiente.
È la Genova dei bassifondi, degli scatoloni, dei tombini. Ma anche della gioventù, dello shopping, della folla. Le foto di Stefano raccolgono la quotidianità e i silenzi come i rumori, i colori freddi come i caldi; i soggetti principali, evidenziati dal bianco intenso e dai contorni un po' tremuli, che ricordano i fumetti, si stanziano in mezzo all’oceano di bolle. Su un’opera campeggia, scritta sulla parete di un vicolo, l’ormai celeberrima firma di Melina Riccio, che è anch’essa, perché no?, un piccolo pezzo di storia. Una Genova malinconica e gioiosa, come quella del filmato accelerato proiettato nella prima sala: in esso il sole sorge e tramonta in pochi istanti, sopra una Zena indaffarata e un po’ angusta, immensamente viva.
La presenza di insetti di gomma appiccicati alle tele, mi spiega Nicolò, rappresenta la “vita nascosta” dietro la città più superficiale; insomma, la vita naturale, e di conseguenza anche quella dei nostri scarti, della decomposizione del lato marcio della società e della legge. Quale altra città sa essere “mariuola” in modo così poetico? I carrugi parlano, ma più spesso parlano gli altri per loro: vi immagini un Nietzsche che passeggia lisciandosi i baffoni, un Dino Campana che cerca frammenti di lucidità. Il pensiero genovese non è fatto per essere piano, disteso: lo dice la sua formologia contorta e solo a tratti ritmica, i suoi odori contrastanti.
La sola riflessione che vorrei affidare a chi legge, dato che, come ho già detto, informazioni più tecniche sono già state fornite, è questa: Genova è bella, e su questo non ci piove; ma il modo in cui possiamo renderla più bella, forse, e mi sembra lo abbiano suggerito questi due ragazzi, è non darla mai per scontata; partire dal rispetto degli spazi, dell’igiene, dell’arredo civico e delle diversità. E magari, anche rispettare i semafori non sarebbe poco.
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