Di Gabriele Leone
On the road

Come adattare un capolavoro letterario al grande schermo? Sicuramente non prendendo esempio dall’opera di Walter Salles. Probabilmente un po’ tutti i lettori e cinefili accaniti si sono sempre chiesti come mai On the Road di Jack Kerouac non abbia mai avuto una sua trasposizione cinematografica. Ora i motivi per cui l’impresa ci ha messo tanto tempo a essere portata a termine sono piuttosto chiari.

Il giovane scrittore Sal Paradise, pseudonimo di Kerouac stesso, dopo aver perso il padre parte per un vero e proprio viaggio “on the road” in cerca d’ispirazione lungo la costa occidentale degli Stati Uniti, in cui sarà accompagnato dal nuovo amico e futuro “compagno spirituale” Dean Moriarty, a.k.a. Neal Cassady, e la novella moglie di quest’ultimo, Marylou. Questo, nel libro, è un viaggio sposato alla libertà nella sua forma più pura, votato alla trasgressione, intesa non come banale voglia di rompere le righe, quanto bisogno di esprimere appieno se stessi. Lo stesso viaggio nel film assume invece, grazie alla gestione della trama e del comportamento dei personaggi, i connotati di un insignificante pellegrinaggio autodistruttivo e banalmente ribelle. Lo scopo di Kerouac nello scrivere On the Road non era altro che raccontare la celebre beat generation, descrivendo situazioni e persone che erano totalmente fuori dalle righe di un’America ancora ancora fortemente puritana. Ma quella era l’epoca in cui gli autori sfondavano grazie al mettere loro stessi per intero all’interno delle loro opere, che diventavano quindi l’espressione più perfetta della loro persona grazie all’assenza di censure e del bieco obiettivo di guadagnarci su. Per dirlo in poche parole, a quei tempi il concetto di mainstream ancora non esisteva, perché doveva ancora formarsi un gruppo di qualcosa che lo fosse. È vero dunque, i tempi sono cambiati, e ciò che una volta poteva scioccare adesso non può far altro che portare allo sbadiglio tutte quelle generazioni che hanno subito un’overdose di quel tipo di materiale che da “fuori dalle righe” è diventato perfettamente conformista. Ma l’errore imperdonabile di Salles sta nell’aver trasformato un’opera così vera e originale nell’ennesimo filmetto che abusa di scene di sesso e di droga, perdendo così ogni sfumatura poetica.

Questo nulla toglie comunque all’aspetto tecnico del film, arricchito da un montaggio ben curato, una coerente e azzeccata colonna sonora e delle meravigliose fotografie paesaggistiche degne solo di Eric Gautier, responsabile anche della fotografia mozzafiato di Into the Wild (2007). Il cast è invece per lo più deludente, a partire da Sam Riley che interpreta un Sal Paradise troppo smorto rispetto al personaggio originale e Garrett Hedlund che viceversa impersona un Dean Moriarty che erroneamente quasi sfocia nell’irrazionale. Sorprende Kristen Stewart, la migliore del set insieme all’altra bella Amy Adams, che nonostante l’imperfezione del personaggio messo in scena riesce a cogliere la sensualità e ambiguità di Marylou.

 
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