Di Monica Canu
Cechov parla ancora ai giovani

Elisabetta Pozzi, in scena a Genova con il Gabbiano, ci parla della sua lettura del grande drammaturgo, sempre attuale

 

Lei ha già interpretato quest’opera di Cechov nel 1989. Da allora ad oggi cosa è cambiato? Ogni messa in scena di Cechov, come anche quelli di altri grandi classici, ha in sé un’espressione della natura umana di ampiezza universale. Cechov lavora sempre sui dettagli della vita, sul “non” detto, quindi la messa in scena dipende fortemente dalla sensibilità del regista e di chi vi lavora insieme. Il teatro di Cechov è un’

avventura corale del mondo, un intreccio di vite tra personaggi, attori, uomini. 

Come descriverebbe i personaggi messi in scena da Cechov? In tutti i personaggi c’è una parte di CCechov come se questo si frammentasse e desse una parte di sé ad ognuno. Ma in scena non ci sono dei personaggi buoni e dei personaggi cattivi così come nella realtà. Cechov mostra i personaggi nei loro chiaro-scuri, senza che si possano definire in modo plastico e statico le loro personalità. Cechov rappresenta sul palco l’umanità nei momenti di mediocrità. 

Nella sua carriera ha interpretato, tra tanti e complessi ruoli, moltissime eroine del mondo classico. Che significato ha per lei il teatro dei classici greci?  Partecipo quasi ogni anno al festival di Siracusa portando sul palco personaggi come Medea, Fedra. Le mie scelte personali sono scelte di riscrittura dei personaggi: grazie all’uso della musica e all’aiuto di mio marito che è musicista, riscrivo delle personalità e reinterpreto certi personaggi, mischio linguaggi diversi e drammaturgie differenti per creare personaggi contemporanei. 

Qual è il lavoro ad oggi mancante nel suo repertorio?

Un progetto che apprezzo molto è il cosiddetto teatro ouvert, tipico della drammaturgia contemporanea francese, che consiste nel portare dei testi contemporanei a una platea di ascoltatori varia, farli assistere alle rappresentazioni e farli votare con l’obiettivo di creare una stagione teatrale scelta. Credo che si debba svegliare il pubblico italiano con questi esperimenti, non proporre solo un teatro da guardare

Un messaggio ai ragazzi: perché andare a vedere “Il Gabbiano” a teatro? Sicuramente le tematiche che emergono non sono poi così lontane dal quotidiano dei ragazzi: l’accettazione da parte dei genitori, i rapporti conflittuali, l’amore che fa soffrire per le prime volte quando non è corrisposto. È un testo ricco di filosofia che non viene mai espressa in modo diretto sebbene il testo ne sia intriso. È anche, se vogliamo, un testo divertente nel descrivere gli uomini nelle loro debolezze e dettagli. Insomma il testo di Anton Cechov è sempre e comunque un testo vitale che vale la pena di vedere!

 
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