Pietro Anastasi in azione
"Pietruzzo" Anastasi e la rivincita del Sud
In occasione dei settant'anni di un grande campione
Roberto Bertoni | 10 aprile 2018

Veniva da Varese, dalla provincia, lui catanese di nascita, in quel '68 di proteste e tumulti planetari che l'anno dopo sarebbe sfociato nell'"autunno caldo" e nella conseguente strage reazionaria di piazza Fontana, inizio di quella Strategia della tensione che tanti lutti e tanto, immenso dolore avrebbe arrecato al nostro Paese. 

"Pietruzzo" Anastasi, allora ventenne, il moro della Juventus, con quella carnagione olivastra, quei guizzi inimitabili, quel talento e quella classe purissima, compie settant'anni e a noi tornano in mente le sue imprese, tanto in maglia juventina quanto in maglia azzurra, su tutte il capolavoro in semi-rovesciata con cui annichilì le speranze della Jugoslavia nella ripetizione della finale degli Europei del '68 disputata a Roma. 

Anastasi, un tocco di irriverenza e di magia in una città resa livida dagli scontri e dall'avanzata del terrorismo: una città blindata, con un clima straziante, una lotta sociale e di classe senza precedenti e una rivendicazione di diritti che, purtroppo, sfociò talvolta anche in veri e propri atti di barbarie. 

Anastasi nella Torino delle Brigate Rosse, nella Torino degli industriali rapiti, nella Torino delle gambizzazioni e dei primi attacchi al "cuore dello Stato". 

Anastasi in una compagine dall'accento fortemente meridionale, reso emblematico da un altro siciliano, sia pur di minor talento, come Beppe Furino, "Furia", il capitano di tanti trionfi, simbolo di una Juve fra le più forti e spettacolari di sempre ma, al tempo stesso, della sua unicità nel panorama sportivo nazionale, capace di coniugare la ricchezza, il fascino e i trionfi con il riscatto delle classi più umili, degli ultimi e dei deboli, fino a guadagnarsi la qualifica di squadra "sudista".

Anastasi, simbolo della riscossa di un Meridione bistrattato, in una città in cui un tempo non si affittava a ai meridionali con tanto di cartelli e che, anche grazie a lui e ai suoi lampi di genio, imparò il valore della convivenza e cominciò ad amare la diversità. 

Uno squadrone, quello bianconero, in cui si riconosceva la maggior parte degli emigranti, i quali, non a caso, sceglievano Torino anche perché la domenica potevano andare a seguire la loro squadra del cuore: qualcosa con cui identificarsi, una passione e un esempio di riscossa che andava al di là degli steccati e delle barriere identitarie che, in quegli anni, non lasciavano scampo. 

Una Juve operaia, grintosa, ferocemente attaccata al valore della fatica e del sacrificio, figlia dell'abnegazione tipica dei friulani (Zoff) e della leva operaia della provincia di Milano (Scirea) ma anche, e soprattutto, della passione e della voglia di sognare di una plebe del Sud che, improvvisamente, poteva gridare di avercela fatta, trasformando le lacrime e le delusioni in un canto di gioia collettivo. 

E così si andava allo stadio anche per sentirsi meno soli, anche per vedere se il miracolo si sarebbe ripetuto, anche per vedere un figlio della propria martoriata terra con le braccia levate al cielo, anche per non perdersi d'animo e di vista, anche per poter vivere l'emozione di immaginare, per un attimo, di essere al suo posto, anche per ricevere un suo sguardo e identificarsi in esso. 

"Pietruzzo" Anastasi è stato questo e molto altro ancora, in una squadra che si è sempre caratterizzata per il suo essere la più provinciale fra le grandi e anche per questo ha vinto, continua a vincere e difficilmente smetterà. Perché non può montarsi la testa chi viene dalla cultura del lavoro e del sudore, dalla periferia e dal desiderio sconfinato di sentirsi finalmente protagonista di una vittoria che è molto più di un semplice successo sportivo. 

Buon compleanno, "Pietruzzo": da chi c'era e ricorda e da chi non c'era e apprende. 

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