La copertina del saggio di Amato e Maffucci
La sottile rivoluzione degli youtuber
Riflessioni sul saggio di Amato e Maffucci
Roberto Bertoni | 28 aprile 2018

"Tu che leggi: se finora non hai capito nulla di quello che abbiamo scritto, vuol dire che sicuramente hai più di venticinque anni e che probabilmente non hai figli adolescenti o, nel peggiore dei casi, che non ti interessa cosa guardano su YouTube. Se fino a qualche anno fa la società italiana, dai dieci agli ottant'anni, poteva avere abitudini lineari nei consumi mediatici, senza troppi strappi (se non in momenti storici particolari), è evidente quanto oggi - con l'avvento del Tubo - si sia venuta a creare una profonda frattura generazionale tra chi ha meno di venticinque anni e il resto dell'universo. C'è chi guarda la televisione: generaliste, pay o - per i più evoluti - addirittura in streaming, e poi ci sono milioni di minorenni che passano le ore a guardare IlvostrocaroDexter e i suoi omologhi. Nelle scuole, ragazzi e ragazze parlano una lingua sconosciuta, comunicano in un codice che ai più grandi risulta incomprensibile. I riferimenti a questa o quella battuta dello youtuber di turno, a quello sketch in particolare che è diventato un tormentone, sono fuori dalla portata di quella altrettanto grande fetta di popolazione che ignora l'esistenza di una realtà del genere".

E ancora: "È sera, siamo in un ristorante. A una tavolata di persone tra i venticinque e i quarant'anni si parla del più e del meno. <<E tu che lavoro fai?>> è la domanda di un quarantenne al ragazzo che gli è seduto di fronte. <<Sono uno youtuber>> è la risposta. <<No - si corregge il quarantenne, credendo di non essere stato capito - intendo, cosa fai per vivere?>>. Il ragazzo sorride paziente: <<Produco video che poi carico sul mio canale YouTube>>. L'uomo non si arrende: <<E come vivi? Ti mantengono i tuoi?>>. <<Veramente - il ragazzo abbassa la voce e si sporge sul tavolo - guadagno circa diecimila euro lordi al mese. Senza contare gli eventi>>. Il quarantenne sgrana gli occhi e deglutisce amaro". 

Vi confesso candidamente che appartengo alle due categorie summenzionate nel saggio Rivoluzione youtouber di Andrea Amato e Matteo Maffucci, recentemente pubblicato da Paper First, ossia a coloro che quando si parla di internet, per lo più, ne capiscono poco o nulla e a coloro che a questo ragazzo avrebbero posto, all'incirca, le medesime domande. E il bello è che non ho neanche quarant'anni! 

Come dissi una volta, confrontandomi con il sociologo Magatti, negli ultimi dieci anni è passato un secolo. Basti pensare che, quando sono entrato al liceo, non esisteva ancora YouTube, ossia l'oggetto del libro in questione, e che personalmente ho cominciato a smanettare su Facebook l'ultimo anno di liceo, mentre Twitter è entrato a far parte della mia vita quando ero già all'università e WhatsApp un anno dopo la laurea. Ribadisco: io sono giurassico per natura, dunque non faccio testo; sono uno che, se potesse, scriverebbe ancora con la piuma d'oca! Fatto sta che non c'è dubbio che l'ultimo decennio, fra crisi economica, "cambio di paradigma" (giusto per citare ancora Magatti) sociale ed economico, fine della stagione dell'espansionismo neo-liberista, con il suo immaginario basato su un consumismo illimitato e, a parer mio, pericoloso, e crescita esponenziale dell'economia digitale, l'ultimo decennio ha modificato il nostro modo di pensare. E le nuove generazioni, da questo punto di vista, sono disarmate, in quanto noi utilizziamo YouTube per andare a ritrovare vecchie canzoni, vecchie trasmissioni televisive o comunque parti importanti della nostra vita che ora, grazie a questo strumento innovativo, ci è possibile rivedere ogni volta che ne avvertiamo il desiderio; loro, al contrario, cercano di utilizzare il Tubo, come lo chiamano Amato e Maffucci, come uno strumento creativo. 

In poche parole, a segnare la differenza fra la mia generazione e quella immediatamente successiva, non c'è solo la dieta mediatica giornaliera, fatta nel mio caso di carta stampata, televisione e solo dopo dei nuovi mezzi digitali, bensì la concezione dei medesimi: noi ne usufruiamo come soggetti passivi, considerandoli propaggini del mezzo televisivo, loro come strumenti attivi. Noi rivediamo qualcosa che abbiamo già visto o andiamo alla ricerca di qualcosa di cui siamo venuti a conoscenza, loro producono attraverso di essi la propria comunicazione.

Da qui il ruolo sociale, commerciale ed economico degli youtuber, degli influencer e di altre categorie, appartenenti alla cosiddetta net economy, con le quali siamo chiamati sempre più a confrontarci, pena la mancata comprensione del mondo che ci circonda. 

Possono, infatti, piacerci o non piacerci questi giovanotti che pubblicano filmati in rete e ottengono milioni di visualizzazioni; possiamo considerarli fatui, disimpegnati e post-ideologici quanto vogliamo, emblemi del consumismo e della disintermediazione che si è impadronita  del pensiero comune e, di conseguenza, del nostro fragilissimo panorama politico; possiamo persino denigrarli, ma guai se non compissimo lo sforzo di provare a capirli. 

Quella che il giornalista Amato e il fondatore degli Zero Assoluto Maffucci chiamano YouTubEconomy è un universo che muove ogni anno cifre spaventose, una mole di dati e informazioni inimmaginabili persino per il piccolo schermo, e che compone inevitabilmente l'immaginario del mondo giovanile.

Ribadisco: possiamo anche rimpiangere i tempi in cui i ragazzi si riunivano nelle parrocchie o nelle sezioni, gli anni in cui credevano in qualcosa e non erano costretti a vivere immersi in un contesto di disimpegno, rassegnazione e disincanto generale; possiamo farlo, ma quei tempi non torneranno. E allora, se vogliamo inquadrare il fenomeno degli youtuber senza pregiudizi, né in un senso né nell'altro, dobbiamo considerarli alla stregua delle radio libere che dilagarono ovunque negli anni Settanta, con la differenza che all'epoca esse tendevano a veicolare un messaggio prettamente ideologico e impegnato, oggi i padroni del Tubo si occupano, per lo più, di questioni che nulla hanno a che spartire con la politica ma che attengono, invece, al costume, allo star system o alla sfera personale e privata di ciascuno di noi. 

Del resto, il passaggio "dal tutto della politica al nulla della politica", come lo chiamava Martinazzoli, è una delle principali conseguenze del cambio di decennio fra i Settanta e gli Ottanta, in un avvicendamento di stili di vita che è giunto fino a noi. 

La vera sfida sarà, pertanto, capire come questa nuova generazione, che sembra meno refrattaria alla passione e all'impegno civile di quanto non lo siano state le precedenti, saprà utilizzare questi nuovi strumenti per veicolare idee che vadano al di là della semplice produzione di contenuti pubblicitari o, comunque, di mero consumo mediatico. Qui si parrà la nobilitate dei millennials. Anche da qui si capirà quale sarà il loro futuro e, soprattutto, se ne avranno uno. 

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