La moda come emancipazione di Pamela Fornari
Per diventare stilista occorrono talento, perseveranza e presenza attiva sui social. Ma il vero segreto è arrivare al cuore della gente
Virginia Padovani | 12 December 2018
Che tipo di studi hai fatto per lavorare nel mondo della moda? E cosa consiglieresti ai giovani aspiranti stilisti?

Ho conseguito il diploma di tecnico della moda all’Istituto Professionale Virginia Woolf di Roma. In seguito ho frequentato l’Accademia d’Alta Moda e d’Arte del Costume Koefia. Studio moda da vent’anni – come in tutti i settori non si finisce mai di imparare – ed è proprio questo che consiglio ai giovani: di studiare, impegnarsi anima e corpo e alimentare giorno dopo giorno le loro passioni. Se ci credete davvero, non permettete a nessuno di fermarvi.

Ci racconti l’inizio della tua carriera? In cosa deve investire un esordiente per aspirare al successo?

Non amo parlare di carriera, perché non mi sento assolutamente giunta a un punto di arrivo. È sempre un lavoro in corso, in cui non bisogna mollare mai. Investire nell’istruzione è sempre il modo migliore. La ricetta vera e propria per il successo, però, non esiste. Bisogna avere una combinazione di talento, passione e perseveranza, nonchè una parlantina notevole che ti permetta di arrivare al cuore della gente. Perché questo lavoro non è solo creatività: è anche marketing. E oltre a saper fare, bisogna saper vendere.

 

Quali sono i punti di forza della tua visione di stilista?

Sembra assurdo dirlo ma io non credo tanto nella moda, quanto nello stile. Rivendico lo stile per chiunque! Non amo realizzare abiti da sera da sogno, ma look che possano essere indossati ogni giorno o per qualche occasione particolare, ma che siano alla portata di tutti. Una proposta alternativa a quella triste e scontata che vediamo ogni giorno.

 

Le tue collezioni si ispirano a culture diverse, come quella indiana e quella giapponese. Come scegli le tue ispirazioni? Ci sono altri vestiti tradizionali che ti piacerebbe rivisitare in prossimi progetti?

L’ispirazione può essere stimolata da qualsiasi cosa. Nel caso della collezione indiana, si è trattato di un viaggio fatto nel Paese d’origine di mia madre, Mauritius, dove tra le tante culture troviamo anche quella indiana. I templi, le persone, le loro case e i loro altari mi hanno colpita profondamente. La collezione ispirata al Giappone e al Barocco è frutto delle mie passioni, da amante quale sono di arte in generale, manga e tutto ciò che riguarda appunto il Giappone. È da tempo, invece, che voglio disegnare una collezione ispirata alla Scozia, o meglio al tartan, il mio tessuto preferito. Vedremo…

 

Parliamo di social. Quant’è importante la visibilità che offrono nel campo della moda?

I social sono vitali. Non importanti, vitali. Se così non fosse, Dior, Chanel, Moschino non avrebbero bisogno di aggiornare costantemente i loro social: starebbero fermi aspettando l’arrivo dei clienti. I social ti permettono di costruirti un’immagine, di rendere partecipi i followers di quello che stai creando e di come lo stai creando. In questo modo si affezioneranno al tuo brand e lo sosterranno. Personalmente, passo molto più tempo a curare i social che a creare collezioni perché è un lavoro che richiede tempo e costanza.

 

Ci sono materiali con cui preferisci lavorare rispetto ad altri? E perché?

Non ci sono materiali in particolare. Di solito creo modelli molto semplici, che siano appunto indossabili quotidianamente ma che abbiano quel dettaglio che li renda unici. Oppure preferisco giocare con le stampe, le applicazioni, i contrasti tra un tessuto e l’altro. Amo l’ecopelle e lo chiffon ma sono piuttosto appariscenti come tessuti, quindi devono essere usati con parsimonia.

 

Nonostante ormai da molti anni le tendenze dilaghino a livello mondiale e non restino confinate in un singolo Paese, che differenze e peculiarità ritieni che abbia ancora la moda italiana rispetto a quella estera?

Guardo molte sfilate, ovviamente, e amo le creazioni di stilisti di tutto il mondo. Lo stile, il buongusto e l’eleganza italiana, però, si riconoscono sempre. Tuttavia, non si tratta di un’eleganza scontata ma innovativa. Amo molto le creazioni di Vivetta, Alessandro Michele per Gucci, Leo Studio Design, per citarne alcuni, in cui l’estro la fa realmente da padrone. Nei loro abiti c’è tutto il loro mondo e si vede. Non è solo moda, non sono collezioni “vuote”: è tutto il bagaglio di esperienze che si portano dietro. 

 

I modelli fisici che ci propone la moda oggi sono corretti? Una donna può utilizzare la moda come strumento di emancipazione?

La moda degli ultimi secoli è sempre stata uno strumento di emancipazione: l’abolizione del corsetto, i pantaloni indossati dalle donne, la minigonna. Oggi non ce ne rendiamo conto e tendiamo a demonizzare la moda ma in realtà rappresenta sempre lo specchio dei nostri tempi, va di pari passo con la Storia. Ultimamente, sempre più modelle curvy si vedono in passerella: c’è più attenzione in questo senso. Se dovessi parlare da donna, per di più in sovrappeso e quindi in un certo senso sensibile all’argomento, direi che sono contenta di questo avvicinamento. Parlando da stilista, però, è diverso. Quando disegno o penso un abito e lo immagino addosso a una modella, non posso far altro che pensare che renderebbe al meglio su una modella taglia 38, perché le modelle sono solo delle stampelle, la cui funzione è far risaltare l’abito e farlo desiderare alle clienti. Anche se molti miei abiti sono taglie uniche, che possono essere indossati da una taglia 38 come da una 46, proprio perché sono convinta che, qualsiasi taglia si abbia, non si debba rinunciare allo stile, per pubblicizzarlo difficilmente utilizzerei una curvy. Per i problemi che ne derivano, anoressia, disturbi alimentari, il senso d’inadeguatezza, non incolpo la moda o la televisione o le riviste. Incolpo le persone che ci stanno attorno, le famiglie, gli amici o noi stessi, che siamo così irrimediabilmente influenzabili. Le modelle non sono quasi mai davvero belle. Spesso hanno difetti fisici: orecchie a sventola, fronte alta, espressioni vuote, a seconda di quello che va di moda al momento. Il problema non è la magrezza. Io posso dimagrire quanto voglio, ma non sarò mai una modella per conformazione fisica e perché sono bassa. Quindi il problema non è la moda, sono io che non mi accetto o le persone accanto a me che non mi accettano. Bisognerebbe insegnare questo: accettarsi, migliorarsi per quanto possibile per se stessi, non per seguire uno stereotipo. Dovremmo tutti essere più consapevoli e non lasciarci influenzare così facilmente da ogni agente esterno, perché non possiamo e non potremo mai controllare tutto ciò che è al di fuori, ma possiamo controllare noi stessi.

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