Di Giulia Toninelli
Tutti i muri di Trump

Le barriere invalicabili che il Tycoon ha costruito o abbattuto nella notte più lunga degli Stati Uniti

Nel giorno dell’anniversario della caduta del muro di Berlino, il 9 novembre 2016, viene eletto il quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti d’America.
Il nome che nessuno si sarebbe aspettato, il nome dell’outsider, il nome di Donald Trump.
Non è bastato l’esorcismo fatto nei confronti del magnate dai capelli rossi e non è tantomeno servita la spinta dal basso fatta per innalzare Hillary Clinton sulla cima della storia americana. Dalla parte di quella che già veniva chiamata “la prima presidente donna” c’erano tutti i cantanti, i presentatori e gli attori più celebri e più conosciuti nel mondo; Hillary poteva godere del sostegno della maggioranza dei grandi elettori e niente meno che l’appoggio ufficiale del presidente Obama e della moglie Michelle.
Ma tutto questo non è bastato.
Ha vinto l’uomo che nessuno si azzardava a sostenere ad alta voce, quello che tutti, almeno una volta, hanno ascoltato con divertimento chiedendosi “ma questo, qui, come ci è arrivato?”.
In tutta la sua vita da miliardario, e nello specifico in questi mesi, Donald Trump non ha avuto paura di dire ad alta voce le sue idee, spesso omofobe, razziste e misogine. Ha affermato a gran voce che il riscaldamento globale non esiste perché a New York d’inverno fa freddo, ha sostenuto che una donna che non soddisfa il marito, come la sua avversaria, non può soddisfare una nazione e ha promesso di svelare i segreti dell’11 settembre una volta entrato in Campidoglio.
Questo “parlare alla pancia” della gente lo ha reso celebre ed è probabilmente l’unico motivo grazie al quale si è accaparrato il posto di candidato repubblicano, spazzando via tutti gli avversari. Questo tipo di comunicazione è piaciuto fin da subito alla gente che, un po’ scossa e un po’ divertita ha visto la sua candidatura come uno schiaffo alla vecchia politica e ai vecchi valori, sempre uguali e incapaci di mutare in un mondo che al contrario si muove velocemente.
“Una vittoria vinta nonostante la sconfitta certa” si sono detti in molti, perché Trump doveva essere un simbolo, un grido disperato di chi non poteva sopportare un’altra elezione fatta di visi sorridenti e patinati che nascondevano segreti e ideologie guerrafondaie. Ma doveva fermarsi lì.
E come era già successo il 23 giugno di quest’anno, un popolo intero si è addormentato convinto della democrazia e della globalizzazione della sua parte di pianeta, per svegliarsi poi in un mondo un po’ diverso, un po’ meno accogliente e un po’ più spaventoso. Così è stato con Brexit, che ha tagliato le fondamenta dell’utopia europea e così sta avvenendo con Trump, che ha guadagnato più di 56 milioni di voti parlando di muri e barriere, di armi e di odio.
Una delle sue più celebri e discusse dichiarazioni è stata quella sulla sua idea di costruire un muro al confine con il Messico per ovviare al problema della mancanza di lavoro e delle continue migrazioni. Un’idea che appare più simile ad un libro distopico che ad un comizio elettorale, ovviamente criticata e ritenuta insostenibile, ma che alla fine ha vinto.
Come hanno vinto il razzismo, la misoginia, l’ironia, gli insulti, l’ignoranza.
Ha vinto lo schiaffo alla politica bigotta dalla mano più populista che si potesse immaginare.
Donald Trump ha conquistato il suo posto nella storia non grazie alle sue doti politiche e neanche grazie all’approvazione dei grandi americani: Donald Trump è diventato presidente grazie all’insoddisfazione di un popolo che negli occhi di Hillary Clinton non riusciva a vedere l’emancipazione femminile e la speranza, ma soltanto la falsità e l’ipocrisia di una classe immobile.
In molti dicono che questo presidente sia stato un passo indietro nella storia di circa cinquant’anni, ma forse il Tycoon, nell’ignoranza e nel populismo che tutti conoscono, è la più grande innovazione a cui un America arrabbiata potesse pensare.
Trump forse costruirà muri, sbaglierà e continuerà a dire le cose più insensate e inaccettabili che si possano sentire; anzi, quasi sicuramente lo farà, ma insieme a quei mattoni di ideologie di cui tanto si parla, il nuovo presidente degli Stati Uniti cementerà i valori bigotti di un buonismo dilagante e si divertirà a pestare quei mattoni di buona politica patinata che ha già sfondato.
In ogni caso, ricordiamoci che il magnate non è appena diventato il dittatore della super potenza mondiale, ma il presidente di uno stato federale con alle spalle un congresso e un Senato in grado di porre serrati limiti e restrizioni a iniziative incoscienti come quelle più volte “sparate” da Trump. Perché questo spesso ha fatto il candidato per raggiungere la vetta: ha puntato in alto, ma non nel solito modo di promettere e non mantenere, l’ha fatto nell’esagerazione e nell’odio, indulgendo al  basso, l’orrido, l’umoristico.
E in un mercoledì all’alba che poteva essere uguale agli altri, mentre la Corea del Sud convocava consigli di sicurezza, il sito canadese sull’immigrazione andava in tilt e il web spopolava di commenti, l’America aveva un nuovo presidente.
Ricordate il modo in cui vi siete svegliati quel mercoledì, la vostra sensazione quando avete acceso la televisione o guardato il cellulare, ricordate il disagio e l’agitazione, il divertimento e lo sconforto, ricordatelo perché quel giorno che poteva essere uguale agli altri è già diventato storia.

 

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