Di Ilenia Vitale
Quel difficile mestiere del giornalista

Tra denuncia, etica deontologica e assalto alla notizia. Martina Chichi, coordinatrice di Carta di Roma, ci parla del rapporto complesso tra flussi migratori e informazione

Che essere giornalisti, prima che fare i giornalisti, non sia semplice è cosa nota. Più che mai non sembra esserlo di questi tempi. Tuttavia non si può certo dire che in giorni di attentati, di genocidi e del Mediterraneo che si fa cimitero di profughi, le penne dei giornalisti manchino di creatività. Anzi, davanti al proliferare delle notizie, l’indecisione di cosa affidare alla carta stampata diventa il rischio di trascurare una notizia a favore di un’altra; forse solo più ‘’interessante’’, perché attira l’attenzione del pubblico. Del resto, anche quello del giornalismo è un mercato a pieno titolo e la legge per cui l’offerta studia come soddisfare la domanda vale anche qui. Tralasciando i casi di giornalismo mediocre e dozzinale, in cui i mass media e i social network giocano la loro parte, di norma il ruolo del giornalista è uno solo. Essere ‘’attendibile, non neutrale”, come diceva pochi mesi fa la reporter britannica Christiane Amanpour. Certamente la sfida è tutta qui.

La deontologia, nei giornalisti scrupolosi che la seguono, fornisce proprio le indicazioni necessarie per restituire al lettore un quadro quanto più possibile aderente alla realtà, nonostante gli orientamenti personali e le linee editoriali.

Proprio di giornalismo parla un interessante rapporto pubblicato a inizio 2017. ‘’Carta di Roma’’ (Associazione per l’informazione corretta sui temi dell’immigrazione ndr.) è l’indagine sui temi, gli interessi, le cifre, le parole, le tendenze di pubblico e giornalisti, di domanda e risposta mediatica sulla base dei dati del 2016. In particolare, relativamente al tema immigrazione, che nel nostro Paese, proteso a raccogliere le vite dal mare, sempre desta gli animi e scalda le polemiche. 

Carta di Roma riporta che tra i temi trattati più spesso nel racconto dell’immigrazione ci sono quelli dell’accoglienza e dei flussi migratori. Ed è in questo ambito che trovano spazio anche i minori, di cui i media, generalmente, dimostrano più attenzione nel proteggere la privacy. 

Il rapporto in una delle tante sezioni di cui si compone, riferisce anche di un incremento numerico di articoli e servizi giornalistici trattanti il tema immigrazione. 

Il fenomeno mediatico, che era già iniziato nel 2015, è infatti poi proseguito nel 2016. A Martina Chichi, coordinatrice di Carta di Roma, ne abbiamo chiesto il motivo. 

‘’Le ragioni sono diverse’’ ha detto ai nostri microfoni. “Nel 2015 dopo il naufragio di aprile in cui nel Mediterraneo hanno perso la vita centinaia di persone, dopo la cosiddetta “crisi rifugiati” in Grecia e la foto di Aylan Kurdi (il bimbo siriano trovato senza vita su una spiaggia turca) l’immigrazione è entrata con nuovo vigore nell’agenda dei media’’. E diventa così parte della routine in tutte le case degli Italiani in cui circoli Informazione.

Il risultato? I toni, ridimensionati, sembrano meno ansiogeni, osservano dalla Carta di Roma. Che sia allora in corso una normalizzazione del fenomeno informativo? O ancor peggio, un’assuefazione ai terribili fatti di cronaca? Probabilmente la tendenza manifesta è solo la naturale e comunque ingiustificata propensione di ogni genere di pubblico umano a dimenticarsi presto di quello che ha letto o sentito. L’inclinazione, quindi, a rimuovere dopo pochi istanti il ricordo di un cronachismo triste e ‘‘lontano’’. Del resto, come è giusto distinguere più prototipi di giornalisti, è bene distinguere più tipi di lettori. E proprio nei bravi lettori, il più delle volte i fatti di cronaca o le fotografie, come quella del piccolo Aylan indignano le coscienze. È pure innegabile d’altronde che l’episodio del piccolo profugo abbia mosso i cittadini di ogni continente alla riflessione e abbia orientato il dibattito politico, oltre che l’opinione pubblica. ‘’Addirittura fino a modificare – almeno per un po’ – il modo dei media di trattare le migrazioni in favore di un racconto più emotivo e umano’’ come ancora ci spiega Martina Chichi.

Il giornalismo, quindi, quale giudizioso e prudente, è una grande missione, una possibilità, come tutta l’informazione a cui attraverso innumerevoli canali ad oggi abbiamo accesso: una risorsa molto più umana di quello che sembra, l’ingranaggio di una macchina, il conforto, un atto laico di preghiera.

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