Di Manuela Marcone
Un po' attori un po' diplomatici

Se il vostro sogno è diventare delegati di successo che combattono per le cause del proprio Paese e mondiali per le Nazioni Unite quello che state cercando è la perfetta simulazione per affinare le tecniche. Quest’occasione si chiama MUN

L’associazione United Network, in collaborazione col MIUR, apre le porte della complessa realtà diplomatica agli studenti delle scuole superiori italiane, con i suoi “Model United Nations” (MUN) che anche quest’anno si sono svolti con successo nelle edizioni di Milano, Bari, Palermo, Catania, Torino, Napoli e Roma, progetti formativi d’eccellenza che non hanno il solo merito di dare significato a ore di alternanza scuola-lavoro, ma offrono inoltre la prestigiosa occasione di vestire i panni di delegati e ambasciatori per qualche giorno, con la possibilità di partecipare alle successive simulazioni di New York, San Francisco e Boston. Alle menti propositive degli studenti italiani United Network ha affidato quest’anno la questione dei rifugiati in Europa con tutte le sue delicate sfumature e i risultati sono stati sorprendenti: frutto dei numerosi dibattiti (rigorosamente in lingua inglese) sono state le risoluzioni redatte dai ragazzi sotto la guida dello staff e votate in commissione secondo le alleanze, i compromessi, i rapporti createsi tra i Paesi.

Iscriversi è semplice ma non di poco impegno. Nel periodo che precede un MUN ogni studente, una volta assegnato il Paese che rappresenterà in una commissione, deve ricercare e interiorizzare una posizione culturale, storica e geopolitica che con buone probabilità sentirà assai lontana e che si scontrerà con i suoi valori. Innegabile è il timore che capiti un Paese dal nome impronunciabile o della cui esistenza lo studente è stato ignaro fino ad allora, così come della sua storia politica. Immaginatevi di dover rappresentare il Kirghizistan, quanto vi sentireste ferrati in materia? Eppure, sia la conoscenza del background sia la capacità di mettersi in discussione saranno essenziali nei tre giorni di lunghe e dialettiche assemblee in cui i delegati sono chiamati a dibattersi sui temi più attuali. Il fascino dell’arduo mestiere di diplomatico, paradossalmente, permette di assumere il punto di vista di un Paese a tal punto da sentirlo come proprio, quasi quanto l’Italia.

Tuttavia, è impossibile non far emergere tutta la propria italianità: il tipico gesticolare che accompagna i discorsi e che costituisce, del resto, l’ingrediente primario del nostro speciale modo di essere diplomatici non viene mai meno, nemmeno quando si difende un Paese a noi così estraneo.

In questo avvincente gioco di ruolo, il giovane delegato impara che l’arte di conciliare interessi e tradizioni contrastanti non è tanto facile quanto potrebbe sembrare a chi commenta da casa gli eventi, che ormai scuotono le dita sugli schermi piuttosto che le coscienze. Comprende, infine, che fra le tradizioni da rispettare non è ammessa la “paura dell’altro”, che è un atteggiamento che spetta a noi sradicare, prima che alla diplomazia.

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