Di Giulia Toninelli
Rabbia Saudita

Quando il girl power sbarca in Arabia Saudita

Un sound leggero e orecchiabile, donne vestite di colori sgargianti, balli, skateboard, biciclette. 

Se un video come quello caricato da Majed al-Essa a fine 2016 fosse stato girato in un qualsiasi paese occidentale allora non ci sarebbe niente di particolarmente innovativo, la sua grandezza infatti basa le fondamenta in un paese come l’Arabia Saudita, da sempre il più radicale tra quelli Islamici. 

I toni ironici di Hwages – titolo traducibile con “preoccupazioni” – mostrano il disprezzo divagante della società saudita nei confronti delle donne capovolgendo i normali pregiudizi e abitudini. 

Le protagoniste fanno con orgoglio quello che non gli è normalmente permesso fare, saltando al ritmo di musica con svolazzanti abiti colorati che spuntano dal loro niqab. 

E mentre la canzone prosegue loro colpiscono birilli con la faccia di alcuni uomini appiccicata sopra e cantano frasi provocatorie come «se Dio ci fosse ci libererebbe dagli uomini». 

Per non lasciare nulla di non detto, la canzone sputa anche sul nuovo presidente americano Donald Trump a capo di quella che viene indicata come “casa degli uomini”. 

L’Arabia Saudita ha leggi molto dure nei confronti dei diritti concessi alle donne: non possono viaggiare all’estero, sposarsi, frequentare le scuole superiori o sottoporsi ad alcune procedure mediche senza il permesso del tutore maschio. Questa figura è prima quella del padre o di un fratello e poi diventa quella del marito o anche in quella del figlio. 

Le donne non hanno inoltre gli stessi accessi ai luoghi pubblici degli uomini e devono pregare in posti nettamente separati. 

Una delle restrizioni più note, quella del divieto alla guida, in realtà non è una vera e propria legge ma un il divieto è stato introdotto in maniera “informale” durante la guerra del Golfo, nel 1990, e poi è diventato di fatto politica ufficiale del governo. 

Il Grand Mufti, la più importante e influente figura religiosa sunnita del paese che segue una corrente dell’Islam molto più radicale di quella saudita, emanò una sorta di editto religioso per vietare la guida alle donne. Il divieto è motivato dal fatto che, potendo guidare, le donne sarebbero libere di allontanarsi da casa e potrebbero intrecciare relazioni extraconiugali.

Majed al-Essa ha preso la frustrazione di questo popolo e lo ha fatto diventare un vero e proprio videoclip sul girl power, in occidente così acclamato, ma in Arabia Saudita completamente assente. 

In tanti dicono però che anche in questa parte del mondo la situazione stia lentamente migliorando, lasciando spazio al voto femminile e anche a lavori di potere come all’interno e a capo della Borsa di Riad. Buone notizie che si mescolano a quelle sempre presenti che raccontano di donne arrestate per aver indossato vestiti poco consoli o addirittura uccise per le loro scelte.

Questa canzone si pone come modo alternativo per gridare ai diritti, come se le parole non bastassero o non servissero più, il doppio viso dell’Arabia mostrato attraverso sneakers colorate e biciclette. 

Il video è diventato virale in pochissimo tempo, e ha resistito ai tentativi di bannaggio, è sopravvissuto ed è diventato un simbolo, così come le protagoniste, esempio di chi non si arrende al proprio destino, esempio di chi vuole ballare e cantare, guidare e viaggiare, esempio di voler essere donne. 

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