Di Anna Maria Cantarella
Il disastro invisibile

L'Antartide diventa sempre più verde, i ghiacciai artici diminuiscono in estensione, spuntano specie aliene nel Mediterraneo. Che cosa sappiamo veramente del cambiamento climatico?

ll Mediterraneo è invaso da specie aliene, ma non si tratta di dischi volanti. Si chiamano Paraleucilla magna, spugne di una specie invasiva tropicale che si moltiplicano nelle acque del mare nostrum. Lo sanno bene gli studiosi dell’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) che da decenni documentano il fenomeno della comparsa delle specie non alloctone e che di recente hanno lanciato l’allarme per l’avvistamento del velenosissimo pesce scorpione, originario del Pacifico e dell’Oceano Indiano ma intravisto nell’isola faunistica di Vendicari, oppure per la comparsa del pesce palla maculato. Creature marine che prima vivevano ai Tropici ma che adesso, a causa dell’innalzamento della temperatura media e dell’aumento della salinità dell’acqua, è facile vedere anche nel Mediterraneo dove trovano un habitat ideale. 

 

Tutta colpa del cambiamento climatico, tema centrale del dibattito sull’ambiente. Secondo l’UNFCCC (Convenzione Quadro sul Cambiamento Climatico delle Nazioni Unite), il cambiamento climatico si definisce come “un cambiamento del clima che sia attribuibile direttamente o indirettamente ad attività umane che alterino la composizione dell’atmosfera planetaria e che si sommino alla naturale variabilità climatica osservata su intervalli di tempo analoghi”. 

In parole più semplici, è responsabilità delle attività umane inquinanti, dell’aumento delle emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera e della deforestazione, se la temperatura media mondiale si alza ogni anno un po’ di più. Solo a marzo di quest’anno il Centro Dati Usa per la neve e il ghiaccio (NSIDC) e la Nasa hanno reso noto che durante l’inverno 2017 al Polo Nord si sono registrate temperature di 2,5 gradi sopra le medie stagionali. Poco prima, nel mese di febbraio, gli scienziati dell’ente australiano di ricerca Csiro, avevano documentato lo scioglimento del ghiaccio marino attorno all’Antartide, che perde ogni anno fra 63 e 80 miliardi di tonnellate di massa, pari a 10 metri di spessore. Ed è recentissimo lo studio condotto dalle Università di Exeter e Cambridge e dalla British Antarctic Survey, dal quale emerge che l’Antartide sta diventando sempre più verde perché negli ultimi 50 anni i muschi e i microbi hanno aumentato la loro attività biologica a causa dell’aumento della temperatura globale. 

Dove prima c’erano solo distese di ghiaccio adesso cominciano a spuntare macchioline di verde in aree sempre più estese. Insomma, a occhio e croce siamo di fronte ad un’emergenza sebbene il problema dell’aumento delle temperature sia troppo spesso derubricato a questione che interessa unicamente gli ambientalisti. La politica che fa?

 

Tra tentennamenti e lungaggini, la Conferenza sul Clima di Parigi del dicembre 2015, alla quale per la prima volta hanno partecipato anche i quattro paesi più “inquinanti” del mondo (Europa, Cina, India e Stati Uniti) ha portato alla ratifica dell’Accordo di Parigi che prevede che i Paesi firmatari si impegnino a ridurre la quantità di emissioni con l’obiettivo di contenere l’aumento della temperatura al di sotto dei 2°C (considerata una pericolosa soglia di non ritorno), sforzandosi di fermarsi a +1,5°. Buone notizie, almeno così sembrerebbe. Eppure al recentissimo G7 dell’Energia di aprile non c’è stata nessuna dichiarazione congiunta da parte dei Paesi partecipanti. Il motivo? Secondo quanto dichiarato dal ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda, “gli Stati Uniti stanno rivedendo le loro politiche sul clima”. 

Sì, perché il nuovo inquilino della Casa Bianca, Donald Trump, non è tanto convinto che il cambiamento climatico sia davvero un’emergenza. A differenza di Barack Obama, suo predecessore e autore del programma strategico “Clean Power Plan”, Trump ha innescato una rapidissima marcia indietro che riconduce proprio al carbone e non ha esitato ad eliminare dal sito della Casa Bianca le pagine relative al problema, proprio pochi giorni dopo la sua elezione. Del resto, già in campagna elettorale Trump aveva definito “una bufala” il cambiamento climatico, lasciando intendere che non è escluso che la sua amministrazione nei prossimi mesi si ritiri clamorosamente dagli accordi di Parigi. 

 

Durante il G7 a Taormina tutti i principali giornali hanno raccontato delle difficoltà incontrate da diversi leader nel trovare un compromesso con Trump e il vertice si è chiuso con una spaccatura sul tema del clima. Parlando coi giornalisti, il suo consigliere economico Gary Cohn ha però precisato che se in futuro Trump dovrà scegliere fra rispettare gli accordi internazionali sul clima di Parigi – firmati dal suo predecessore Barack Obama, e considerati un importante punto di partenza da esperti e ambientalisti – e sviluppare l’economia americana, “la crescita economica del nostro paese avrà la meglio”. Parlando con la BBC, la cancelliera tedesca Angela Merkel ha detto che le discussioni sul clima sono state “molto insoddisfacenti”. Nel comunicato finale, si legge espressamente: “Gli Stati Uniti stanno ripensando la loro posizione sul cambiamento climatico e al momento non possono dirsi d’accordo con gli altri paesi su questo tema. Comprendendo questo passaggio, i leader di Canada, Francia, Germania, Italia, Giappone e Regno Unito e il presidente del Consiglio europeo e della Commissione europea confermano il loro impegno a mettere i pratica rapidamente le misure contenuti negli accordi di Parigi”.

 

Di tutt’altro avviso è il neo presidente francese, Emmanuel Macron, che – in piena campagna elettorale – aveva postato un annuncio sui suoi profili social nel quale invitava gli scienziati che lavorano sul cambiamento climatico, l’energia e le fonti rinnovabili a lottare contro l’oscurantismo e trasferirsi in Francia per fare ricerca. Una battaglia a colpi di provocazioni e promesse che, più che puntare alla tutela dell’ambiente, ha il sapore della lotta all’ultimo voto.

Ci interessa (davvero) il cambiamento climatico?

E noi, che facciamo mentre il mondo si interroga sull’innalzamento della temperatura? Lo psicologo ed economista Per Espen Stoknes, autore del saggio “What We Think About When We Try Not to Think About Global Warming”, è giunto alla conclusione che la lotta al cambiamento climatico coinvolge poco le persone. 

Cinque sono i motivi del disinteresse: la distanza temporale e spaziale delle conseguenze del cambiamento climatico sulla nostra vita; il destino, cioè la percezione che il cambiamento climatico sia un evento ineluttabile; la dissonanza tra gli atteggiamenti “inquinanti” che abbiamo ogni giorno e ciò che sappiamo che dovremmo fare; il rifiuto del problema come atteggiamento di risposta al fatto che non vogliamo sentirci responsabili; l’identità, di valori culturali e politici, che spinge al rifiuto le persone con orientamento conservatore. 

E c’è di più. Secondo Stoknes potrebbe anche trattarsi di un problema di comunicazione. Una definizione come “buco nell’ozono” funzionava di più a livello comunicativo ed era più incisiva rispetto all’espressione “cambiamento climatico”, troppo vaga e indefinita. 

Le bombolette spray al freon erano una realtà delle case di tutto il mondo mentre l’anidride carbonica emessa dalle fabbriche e dalle automobili è una realtà invisibile, che forse ci conviene rifiutare di vedere. 

Inutile negare l’evidenza. Il cambiamento climatico è l’evidenza e le conseguenze per il nostro pianeta saranno dirette. Riscaldamento degli oceani, aumento del livello del mare, scioglimento dei ghiacciai polari, porteranno con sé anche fenomeni meteorologici estremi sempre più gravi come incendi, desertificazione, uragani e inondazioni.

 Al RomeSymposium 2017 sui cambiamenti climatici tenutosi nella sede dell’Esa (Agenzia spaziale europea), Martin Lees, direttore scientifico dell’evento, ha affermato: “Le attività umane hanno ormai raggiunto una dimensione ed un’intensità tale che se non ci sarà un’inversione, profaneranno la meravigliosa vita naturale da cui tutti dipendiamo”. Gli effetti del cambiamento climatico sono già visibili e riconoscibili in molti ecosistemi e le conseguenze sono destinate a incidere in modo sempre più crescente sulla salute e il benessere della società umana. Quindi, non è più ragionevole considerare il cambiamento climatico come una questione che riguardi un indefinito futuro. 

 
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