Di Martina Della Gatta
Chi è l’intrusa?

L’altro, l’estraneo al gruppo, percepito come un pericolo è uno dei temi centrali di oggi. Ce lo racconta un film che apre tante domande. Da vedere.

È giusto accogliere a prescindere? Dobbiamo accettare chi viene da un altro mondo anche se minaccia di rovinare il nostro? Difficile rispondere in maniera non scontata. Allora andiamo per ordine. 

L’intrusa del titolo è un’ospite inattesa. Maria, una ragazza dallo sguardo tagliente che si presenta al centro associativo e ricreativo napoletano la Masseria, gestito da Giovanna (interpretata da una superba Raffaella Giordano). Il Centro a Napoli è un luogo di gioco e creatività al riparo dal degrado e dalle logiche mafiose, che accoglie molti bambini e adolescenti nelle ore dopo la scuola. Maria, l’intrusa, ha qualcosa che davvero non va: è la giovanissima moglie di un camorrista arrestato per un efferato omicidio. Rappresenta tutto quello da cui le madri dei bambini che frequentano il centro stanno cercando di proteggere i loro figli. Giovanna si trova così di fronte ad una scelta: Maria, l’intrusa, va accolta o allontanata? Chi va difeso, il gruppo o chi – senza dirlo - chiede l’ultima possibilità di sfuggire a una vita già scritta? Di qui la questione che riguarda tutti: bisogna aiutare l’altro anche quando ha scelto una strada sbagliata?

Il film interroga ognuno di noi, ragazzi e adulti, e chiede di costruire speranza rispetto a una meta ancora da raggiungere. Il riscatto è possibile grazie alla passione, alla determinazione, all’impegno di Giovanna e di tutti coloro che la affiancano, volontari e insegnanti, ma sarà compiuto quando anche le scelte più difficili di inclusione e accoglienza troveranno modi per essere attuate.

Quando tante altre donne e uomini, come Maria, saranno capaci di spezzare “dentro”, nella loro anima, la logica della violenza e del sopruso. Come, naturalmente non ve lo sveliamo e lo lasciamo al bel finale del film.

Dice il regista Leonardo Di Costanzo: “Al centro de L’Intrusa ci sono degli ‘eroi’ moderni, a mio avviso poco raccontati rispetto all’importanza sociale crescente e per le questioni che il loro agire solleva: sono coloro che, per convinzioni politiche, religiose, o semplicemente umanistiche, scelgono di dedicare la propria vita alle fasce più deboli e marginalizzate della società, dove le politiche sociali pubbliche, se ci sono, non riescono ad arrivare, per scelte politiche o per incapacità. Il loro operare è spesso una continua sperimentazione di forme di convivenza e di socialità; in questi luoghi di frontiera - geografica ma anche culturale, - i limiti, altrove rigidi che separano il giusto dall’ingiusto, il permesso dall’interdetto, l’intollerabile dall’accoglienza, richiedono qui continui aggiustamenti e riposizionamenti. L’intrusa non è un film sulla camorra; è un film su chi ci convive, su chi giorno per giorno cerca di rubargli terreno, persone, consenso sociale, senza essere né giudice né poliziotto. Ma è anche una storia su quel difficile equilibrio da trovare tra paura e accoglienza tra tolleranza e fermezza. L’altro, l’estraneo al gruppo, percepito come un pericolo è, mi sembra, un tema dei tempi che viviamo”.

Il dilemma di Giovanna accogliere o allontanare è il dilemma che ci si pone in tante occasioni, dalla questione dei migranti in poi, ed è stato spesso affrontato al cinema. Ci vuol dire che è dentro di noi?

“I dilemmi insolubili sono alla base di ogni tragedia e nel quotidiano ci troviamo spesso davanti a situazioni simili. Il mio film racconta qualcosa di estremamente umano al di là della contemporaneità; queste persone stanno lì ad ascoltare, a sperimentare e a cercare soluzioni e se non ci fossero questi sperimentatori dell’umanità probabilmente saremmo ancora all’età della pietra. A me piace guardarli e vedere come agiscono e se riescono a trovare delle soluzioni”.

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