Di Martina Della Gatta
E in Italia arrivò il genio

Una volta ogni secolo arriva qualcuno che ci mostra come guardare le cose con occhi diversi. Quel qualcuno nel Novecento è stato Picasso, in mostra a Roma in un’esposizione sul periodo mediterraneo

Leggenda e mito aleggiano attorno alla figura di Pablo Picasso, universalmente riconosciuto come genio indiscusso del XX secolo. La mostra alle Scuderie del Quirinale di Roma dal titolo “Picasso. Tra Cubismo e Classicismo 1915-1925” si propone di rievocare, a cent’anni di distanza, il viaggio che Picasso (1881-1973) compì in compagnia di Cocteau e Stravinsky al seguito della compagnia dei Balletti Russi di Sergej Djaghilev, durante il quale l’artista avrebbe conosciuto e si sarebbe innamorato di Olga Kochlova, prima ballerina dei Balletti e sua prima moglie. Meno di otto settimane che sarebbero risultate determinanti per lo sviluppo della sua arte. È il febbraio del 1917 e in Europa infuria la Grande Guerra. Pablo Picasso, che ha solo 36 anni ma è già il grande pittore che ha guidato la rivoluzione cubista, arriva per la prima volta in Italia al seguito dell’amico Jean Cocteau. Si divide fra Roma e Napoli, rimanendo fortemente impressionato dalle rovine romane della capitale e dall’arte popolare napoletana.

Il tour mette in contatto Picasso con la grande arte antica (romana e etrusca) ma anche con la cultura “popolare” (quella degli spettacoli di marionette, delle cartoline con le giovani donne in costume tradizionale) e con i fermenti del Futurismo.

L’esposizione raccoglie più di cento capolavori tra tele e disegni oltre a fotografie, lettere autografe e altri documenti attentamente selezionati dal curatore Olivier Berggruen con Anunciata von Liechtenstein che portano il visitatore a comprendere il percorso di cambiamento nello stile. Nei quadri esposti si vede molto bene il graduale abbandono della fase cubista di Picasso e una inversione totale nel suo stile. Dopo il viaggio in Italia, infatti l’artista abbandonò la sperimentazione per passare ad una pittura più tradizionale: le figure divennero solide e quasi monumentali.

Questo suo ritorno alla figuratività anticipò di qualche anno un analogo fenomeno che, dalla metà degli anni ’20 in poi, si diffuse in tutta Europa segnando la fine delle Avanguardie Storiche.

L’esposizione ha un’appendice degna di nota. A Palazzo Barberini, nel grandioso salone affrescato da Pietro da Cortona viene esposto, per la prima volta a Roma, il sipario dipinto per Parade, una immensa tela lunga 17 metri e alta 11. L’architettura di Bernini e Borromini diventa così cornice per un emozionante dialogo tra l’opera di Picasso e la più celebre vòlta affrescata del barocco romano.

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