Di M. Taborandi, L. Di Benedetto
Media e violenza sulle donne

Il linguaggio dei mezzi di comunicazione di massa influisce sul nostro pensiero? Sì, le parole sono importanti

Bambini cattivi e bambine dolci e gentili. Donne vittime di violenza definite come “soggetti deboli”. I giornali e gli articoli web sono pieni di espressioni di questo tipo, con forte tendenza alla generalizzazione, che dipingono donne stereotipate ad un ruolo subalterno e imprigionate in una condizione di inferiorità fisica, caratteriale, decisionale. Ma non tutti siamo uguali, ed esattamente come non tutti gli uomini sono fragili nell’accettare un allontanamento, non tutte le donne sono così fragili da subire passivamente i risvolti negativi di ciò che resta di una promessa d’amore. Dobbiamo rassegnarci o dobbiamo combattere per abbattere questo fenomeno? 

“Raptus di gelosia”, “l’ha uccisa ma era innamorato” o addirittura “l’ha uccisa perché era innamorato”. Non è infrequente leggere cose di questo tipo quando si parla di casi di violenza domestica o di femminicidio. Ma cosa ha a che vedere il troppo amore con la violenza? Dovremmo tutti renderci conto che questo non è amore e che usando parole di questo tipo, i media non solo sminuiscono la violenza di genere, ma veicolano in maniera fuorviante il concetto di vero amore. Da un’indagine svolta tra gli studenti dell’IIS Croce-Aleramo di Roma abbiamo raccolto alcuni pareri su questo tema. “Linguaggio troppo pesante e troppo impulsivo. Per esempio mettono delle frasi che potrebbero offendere altre donne che leggono determinati articoli”, dice Leonardo Gentile, 16 anni. “Sui giornali, per esempio riguardo alla Sindaca Raggi, sono state usate parole che la paragonano ad una bambola e questa trovo sia una violenza verbale in quanto sminuisce le caratteristiche di una donna” aggiunge Giorgia Bussi, 16 anni. Simone Tomassini e Stefano Tenna concordano invece sul fatto che i media “descrivono semplicemente la realtà, a volte usano frasi inappropriate ma il principale compito dei media è raccontare la realtà e poi ogni persona è in grado di formarsi un proprio pensiero”.

Ognuno di noi ha sempre modo di elaborare ciò che legge, ascolta e vede, ma è anche vero che basta una veloce ricerca sul web per imbattersi in numerosi titoli e brani di articoli giornalistici che riguardano la violenza sulle donne che potrebbero influenzare il nostro modo di vedere le cose. In molte occasioni l’assassino non viene mai definito come tale e si cerca una giustificazione plausibile al suo comportamento nella dipendenza da alcol o da gioco d’azzardo. Pensiamo, ad esempio, ad uno dei casi di cronaca più sconcertanti degli ultimi mesi cioè l’assassinio della sedicenne Noemi Durini. Da più parti, il suo assassino è stato definito come “l’ex fidanzatino”, il ragazzo talmente “innamorato” da non poter sopportare una separazione dall’oggetto dei suoi desideri, la vittima di un “amore malato”.

Cambiare il linguaggio è il primo passo per cambiare la cultura. Ce lo spiegano anche i giornalisti della 27esima ora, il blog del Corriere della Sera nato per dare voce alle donne e alle loro idee. Nel 2013, dopo aver partecipato all’incontro in Senato su “Convenzione di Istanbul e Media”, i giornalisti del blog hanno partecipato al dibattito con un contributo che è una sorta di lista dei buoni propositi, un elenco di tutte le pratiche giornalistiche da abbandonare, dell’iconografia da evitare ed insieme anche una riflessione sul ruolo che hanno i media nel raccontare le donne, gli uomini e i casi di violenza. Si è trattato sicuramente di un primo passo ma importante, in quanto per la prima volta i protagonisti della comunicazione si pongono il problema di come raccontare correttamente i rapporti tra uomini e donne, senza correre il rischio di banalizzare e semplificare oppure, al contrario, di spettacolarizzare la violenza con titoloni che non fanno altro che insistere sul lato morboso di queste vicende.

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