Di Carlo Casarico
Tre voci di donne dell’antimafia

Tre donne dell’antimafia, tre croniste impegnate nel racconto della criminalità organizzata oggi pagano un prezzo molto alto per il loro coraggio

Angela Corica, giornalista calabrese della Piana di Gioia Tauro, a 25 anni ha dovuto abbandonare la sua terra perché vittima di intimidazioni mafiose, come quella della sua automobile che è stata crivellata di colpi di pistola per avvertimento. A lei, e alle colleghe Marilena Natale e Federica Angeli, abbiamo chiesto di raccontare parte della loro testimonianza di giornaliste nell’ambito delle attività dell’associazione di promozione sociale A mano disarmata, che ha creato il forum multimediale e internazionale dell’informazione contro le mafie.

 

Perché sei stata chiamata a diventare testimone di questo progetto?

Sono stata chiamata a far parte di questo progetto per raccontare la mia storia, la mia testimonianza di giornalista calabrese che purtroppo, per via di questo lavoro, ha subito delle minacce e delle intimidazioni. Una testimonianza di tipo personale e soprattutto del ruolo della donna all’interno di certi contesti mafiosi. Le donne, in Calabria, stanno avendo negli anni un ruolo importantissimo perché le troviamo schierate dalla parte della legalità anche quando appartengono a famiglie criminali. Le donne sono state le prime in Calabria a collaborare con la giustizia e a pagare anche con la vita, in alcuni casi, questo gesto di grande coraggio. L’hanno fatto per un senso di libertà, lo hanno fatto per i propri figli, lo hanno fatto per il futuro. Nello stesso tempo noi giornaliste ci troviamo a raccontare di queste storie e a vivere anche la nostra professione in questo contesto. Dove c’è mafia c’è una cultura prevalentemente maschilista che non accetta questa rivalsa, questa voglia di riscatto da parte delle donne e di legalità. È una grande sfida.

 

Qual è principalmente il ruolo delle donne all’interno delle organizzazioni mafiose?

È cambiato. Negli anni è cambiato moltissimo. Prima la donna era completamente succube. Ascoltava solo i discorsi dei boss, sentiva, ma stava dietro la finestra a guardare. Adesso invece in alcune operazioni di polizia la donna ha avuto un ruolo di primo piano. Alcune donne sono state anche arrestate per aver collaborato e agevolato le organizzazioni criminali e in molti casi hanno un ruolo di tesoriere e quindi una qualifica specifica. All’interno della gerarchia criminale possono essere definite “sorelle di omertà”, che è una cosa che richiama molto ai codici della mafia.

 

A Marilena Natale abbiamo chiesto di raccontarci come è nata la sua passione per il giornalismo, perché ha deciso di dedicarsi proprio al racconto della mafia e qual è la posizione delle donne all’interno degli ambienti mafiosi.

 

Come è nata la tua passione per il giornalismo che racconta la mafia?

Sono stata contattata perché mi occupo di criminalità organizzata ma io sono una giornalista per caso. Non mi interessava fare la giornalista, studiavo economia, ma ho cominciato a fare la giornalista per dare voce alla mia terra perché sono nata in provincia di Caserta. Sono nata nel 1972 e quindi nei primi anni Ottanta, quando ero solo un’adolescente, qui c’era la faida di camorra tra Bardellino e Cutolo. A soli 14 anni quindi mi sono trovata a guardare che cos’era la mafia, la camorra casalese. Ho cominciato a scrivere i miei primi articoli proprio per un giornalino scolastico.

 

Ed è nata da lì la voglia di raccontare che cos’è la criminalità organizzata e come si struttura?

Sì, ma soprattutto la voglia di raccontare che cos’è la politica collusa, la magistratura collusa perché noi, in provincia di Caserta, abbiamo assistito al suicidio dello Stato, dove camorra, politica e istituzioni erano una sola cosa. E quindi ho cominciato a raccontare, a fare le inchieste, perché i grandi giornali non parlavano di tutto quello che accadeva. Basti pensare che nel 2008, quando il sanguinario killer Giuseppe Setola era evaso dall’ospedale, quando in aprile ha iniziato la sua primavera del terrore, ha ucciso sette persone, tutti parenti dei collaboratori di giustizia o imprenditori. La morte di queste persone è passata inosservata sulla stampa nazionale. I giornali nazionali si sono ricordati che esisteva la provincia di Caserta e c’erano i morti quando Setola ha fatto una strage nella quale ha ucciso sette persone. Gli immigrati si sono rivoltati e la stampa nazionale si è ricordata che esisteva la mia provincia.

 

Ci sono ambienti maschilisti all’interno della criminalità organizzata e qual è la posizione della donna?

Quando i boss vanno in galera, le donne, le mogli dei boss, si sostituiscono ai mariti. Loro sono i portavoce, a casa loro arrivano gli stipendi. Sono loro che hanno il compito di educare i figli secondo il codice criminale e adesso, con l’evoluzione avvenuta in questi ultimi tempi, la matriarca camorrista si occupa anche dell’educazione scolastica dei figli. Mentre prima erano ignoranti, adesso puoi incontrare la figlia di un boss che frequenta la Luiss e quindi un giorno li ritroverai nei posti di potere. Per noi è ancora di più un campanello d’allarme. Io non dico che da un ciabattino deve nascere un ciabattino. Non necessariamente da un boss deve nascere un figlio boss, ma se un ragazzo di 23 anni non lavora, indossa vestiti di marca, studia e continua a usufruire dei soldi che provengono dal potere criminale, allora è più colpevole del padre.

 

Infine a Federica Angeli, cronista di Repubblica, abbiamo chiesto di raccontare la sue esperienza di giornalista che ha scoperchiato la pentola bollente dei clan mafiosi del litorale di Ostia, una sorta di “nuove mafie” che però adottano i metodi delle mafie tradizionali.

 

Di cosa ti occupi nelle tue inchieste?

Io nello specifico mi occupo di portare avanti un progetto di studio, di racconto e quindi di contrasto con una penna, della criminalità organizzata e di tutto quello che sono le nuove mafie. Nuove mafie nel senso che sempre mafia è. Mi riferisco ad esempio alla mafia romana che ancora non ha il bollo della magistratura che ci dice che esiste un’organizzazione di stampo mafioso che ha l’accento romano tuttavia, attraverso inchieste e reportage, viene fuori che le modalità sono assolutamente quelle utilizzate dalla criminalità tradizionale storicamente riconosciuta, ovvero quelle delle tre potenti organizzazioni: ‘ndrangheta, cosa nostra e camorra.

 

Per queste nuove organizzazioni, parliamo dei cosiddetti colletti bianchi?

Anche. Ad esempio, in un’inchiesta come Mafia Capitale  si scopre che le modalità sono quelle tipiche che le mafie tradizionali, mi riferisco ad esempio alla ‘ndrangheta, utilizzano in territori che non sono i loro. All’esterno del suo territorio la ‘ndrangheta si comporta esattamente secondo le modalità di Mafia Capitale. Quindi contaminano prima la parte istituzionale, la politica e la pubblica amministrazione, corrompendo e creando rapporti imprenditoriali con queste persone, per poi scendere fino alla conquista del territorio con le modalità tradizionalmente riconosciute che sono usura, estorsioni, richiesta di pizzo, spaccio di stupefacenti, traffico di armi. Questo capovolgimento a partire dall’alto per poi scendere verso il basso è l’attuale modalità con cui opera la malavita. Discorso a parte lo abbiamo per i gruppi criminali del litorale romano che sono partiti dal basso e adesso tentano il salto dell’emancipazione, alla conquista dell’economia sana della società. Cercano negozi, attività ristorative, stabilimenti balneari. E lo fanno per ripulire il denaro ma anche per creare di loro un’immagine pulita, esattamente come fa la ‘ndrangheta in un territorio come la Germania. Una doppia funzione: dare un’immagine di pieno inserimento nella società attraverso attività in cui offrono lavoro (palestre ad esempio, che sono tra le attività preferite dalle nuove mafie) dove si ripuliscono dell’immagine sporca di quelli che sparano in strada perché fanno del bene. Si trasformano in benefattori che fanno girare l’economia.

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