Di Elisabetta di Terlizzi
La rinascita oltre la guerra

Vienna 1945: l’occupazione russa vista dagli occhi di una bambina, Christine, che vive in prima persona tutta l’ ambivalenza della guerra

“E venne un momento in cui il rischio di rimanere chiusi in un bocciolo era più doloroso del rischio di sbocciare”. Questa frase, probabilmente un po’ enigmatica, ben si adatta a interpretare il senso del film “La Primavera di Christine”. Ispirandosi all’autobiografia della scrittrice Christine Nöstlinger, la regista austriaca, Mirjam Unger, racconta in 100 minuti la storia di un’amicizia vista dagli occhi di una bambina, Christine, che, nell’innocenza dei suoi nove anni, guarda oltre il contesto bellico e l’angoscia che ne deriva. La piccola, protagonista del film ambientato a Vienna durante l’occupazione russa del 1945, per poter vivere in sicurezza, è costretta a lasciare la città e i suoi affetti più cari. Assieme alla madre e alla sorella più grande si trasferisce in un’abitazione di campagna dove le raggiunge poco dopo, il padre, un soldato tedesco stanco della guerra. Apparentemente, nonostante le difficoltà quotidiane, tutto sembra essersi stabilizzato fino a quando non arriva un manipolo di soldati russi che fa della campagna austriaca il proprio quartier generale. Disobbedendo a quanto le viene detto dai genitori, la piccola Christine, ormai abituata alla guerra e alle bombe, un giorno mentre gioca in giardino si imbatte in un soldato russo, Cohn, che, non essendo incline alla guerra, aveva assunto il ruolo di cuoco di tutto il reggimento. Da questo momento, a differenza di tutti gli altri che vivono segregati in casa, obbligati a sopportare ogni comportamento molesto dei soldati russi, il tempo per Christine scorre diversamente. La bambina, infatti, spinta dall’ insofferenza, grazie all’aiuto di Cohn, si spinge oltre il confine della campagna per poter riabbracciare i suoi nonni in città. Nonostante il finale lasci un po’ l’amaro in bocca, la storia riesce a trasmettere un messaggio molto forte, legato al senso dell’amicizia, quella vera, disinteressata, tra una bambina, temeraria come un guerriero, noncurante del contesto angoscioso che la circonda, e un soldato, incapace di far guerra, indifeso come un bambino. Ecco dunque che tutta questa bellezza è accompagnata da un ripetersi, all’interno del film, di diverse colonne sonore, suonate al pianoforte, al cui canto si potrebbe associare una frase, abbastanza ricorrente nelle battute dei personaggi, “Ty moy drug”, vuoi essere mio amico?

 
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