Di Chiara Colasanti
Alessandro D'Avenia presenta “Ciò Che Inferno Non È”

“Non ascoltate le lamentele, il cinismo della generazione precedente: prendete il sacro che vi portate dentro, fatelo durare e dategli spazio. Auguri.”

Abbiamo già parlato del Prof 2.0 e dei suoi libri, “Bianca Come Il Latte, Rossa Come Il Sangue” e “Cose Che Nessuno Sa”, sia su Zai.net che su Radio Jeans, ma torniamo volentieri a parlarne in occasione dell'uscita del suo terzo libro “Ciò Che Inferno Non È”.
Nell'ambito del weekend in cui BookCity Milano ha letteralmente invaso ogni angolo della città con eventi imperdibili tra incontri, firmacopie e conferenze, Alessandro D'Avenia è stato protagonista di tre eventi: un reading in Università Cattolica del Sacro Cuore venerdì 14; una presentazione al Teatro Franco Parenti e un firmacopie alla Mondadori in Duomo sabato 15.
Due giornate in cui l'affluenza dei giovani ragazzi ha davvero riempito di gioia il professore più amato d'Italia, nonostante il fatto che faccia leggere integralmente l'Odissea alla sua classe e abbia già in programma di far leggere ai suoi ragazzi, integralmente, anche i Promessi Sposi (professoressa Giulivi, lei sa quanto io la possa aver pensata!).
Scherzi a parte, il rapporto molto stretto già presente sui social è diventato realtà e si è tradotto in file lunghissime di persone sotto la pioggia di sabato e un ammassamento incredibile in un angolo della biblioteca venerdì.
Tutti e tre gli eventi hanno avuto come minimo comun denominatore il tempo dedicato da Alessandro ad ognuno dei presenti in fila per avere una firma e una foto: “Cosa studi? A cosa vorresti ti conducessero le tue passioni?”, domande non di routine, ma interessate; sguardi penetranti e osservazioni simpatiche, oltre che dediche personalizzate e molto personali.
Di certo non una abitudine molto diffusa al giorno d'oggi: il poter ricevere delle attenzioni focalizzate proprio su di sé è sempre un privilegio, se poi le attenzioni sono quelle dell'autore che accompagna i pomeriggi (non sottratti allo studio, prof, ci mancherebbe: sia mai!) che con le sue storie e le sue parole, riesce a tradurre in frasi di senso compiuto quel groviglio di sensazioni che non si riesce a sbrogliare... comprenderete bene la quantità di amore messa in circolo in questi due giorni, parafrasando la canzone di Ligabue.
La copia dell'autore, pronta per essere aperta alla pagina giusta era scandita da linguette colorate “come quelle che usano le mie allieve più diligenti”, ma non era certo evidenziata con colori sgargianti: “al massimo una sottolineatura, a matita!”, come ogni bravo bibliofilo che si rispetti.
Chiaramente Italo Calvino, insieme a Shakespeare e a moltissimi altri artisti letterari ma non solo e personaggi storici più disparati, sono stati tra i protagonisti di questi incontri: stiamo parlando pur sempre di un professore, ma di uno di quei professori che appartengono alla categoria migliore di tutte. Quella dei prof che ti fanno venir voglia di incendiarti di passione per il tuo lavoro proprio come vedi fare a loro: la fiamma che arde nei suoi occhi e nella sua voce quando parla di storia, epica, filosofia o letteratura è quella fiamma che vorresti non aver mai fatto sopire nel profondo del tuo animo. Un'energia che non può non arrivarti e colpirti in pieno volto e in pieno cuore.
“L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.”
Questo passo de “Le Città Invisibili” è stato protagonista, chiaramente, dei discorsi legati all'eroismo di Don Pino Puglisi, del concetto di santità, dell'ideale di amore (“Per sempre significa ogni 24 ore”) e di tutto quello che dovremmo saper riconoscere e farlo durare, dandogli spazio, nella routine della vita quotidiana (professoressa Bregliozzi, stavolta non potevo che pensare a lei, commuovendomi un po', come quando ce lo ha letto l'ultimo giorno dell'ultimo anno, dedicandocelo prima che suonasse la nostra ultima campanella!).
“Faccio un mestiere in cui vedo tutti i giorni in classe “ciò che Inferno non è”: un insegnante non può essere un uomo disperato” ha detto il prof 2.0, continuando a donare un po' di speranza per questo fumoso avvenire, in cui dovremo davvero imparare a riconoscere “Ciò Che Inferno Non È”.
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