Di La Redazione
L'economia che non ti aspetti

Dall’ambiente alla lotta alla mafia, passando per la cooperazione internazionale e il commercio equo e solidale: il libro del giornalista Fabio Gavelli ci racconta storie poco note di un’altra Italia possibile

Come ha raccolto tutte queste storie?

Perché una capretta è meglio di Internet è una raccolta di articoli pubblicati su Società Cooperativa, un periodico romagnolo, dal 2006. Volevo dare visibilità a tante realtà del nostro Paese poco note. 

Ma perché una capretta è meglio di internet?

Il titolo del libro prende spunto dal un articolo che ho scritto nel febbraio 2006: si parlava dell’iniziativa di una ONG inglese, Oxfam, che aveva rilevato come in alcuni villaggi africani dove non c’è nemmeno l’allacciamento alla corrente un aiuto concreto per i più poveri era donare a distanza una capretta o un cammello. In questo modo si dava la possibilità a chi aveva bisogno di sopravvivere, facendo un po’ di allevamento e si faceva davvero qualcosa di utile. È una vicenda simbolica: non si deve ragionare in modo stereotipato, le realtà vanno viste caso per caso.

A noi giovani viene spesso detto che non c’è futuro: il libro invece sicuramente fa trasparire una speranza di fondo nonostante la crisi. 

Decisamente sì, anzi, sono contento che passi questa lettura. Gli episodi contenuti nel libro possono essere racchiusi in due categorie: la prima è quella delle critiche al mondo esistente, soprattutto all’organizzazione economica prevalente; la seconda, invece, è dedicata ad aziende, persone, gruppi o associazioni, magari di nicchia, che nelle loro iniziative recuperano la centralità dell’uomo. Spesso, purtroppo, queste esperienze vengono ignorate dai grandi media, motivo per cui meritano ancora di più di essere raccontate.

A questo proposito, quale dovrebbe essere il ruolo dei media nel dare voce a queste storie?

I media di oggi sono fortemente condizionati da una spettacolarizzazione, una ricerca del sensazionalismo che peggiora molto la qualità dell’informazione. Penso che ci siano tanti fenomeni, anche su piccola scala, che andrebbero valorizzati sia per il forte carattere innovativo sia perché farli conoscere probabilmente potrebbe costituire una spinta al cambiamento.

Cambiamento anche dal punto di vista delle priorità: quanto è giusto ragionare in termini strettamente economici?

Come penso emerga dai miei pezzi, credo che l’economia negli ultimi anni abbia preso uno spazio abnorme, eccessivo. Mi piace citare il professor Andrea Segré, che insegna all’Università di Bologna e che in un suo libro, Economia a colori, ha scritto recentemente che l’economia dovrebbe diventare una branca dell’ecologia, non il contrario, come in sostanza è adesso. Bisogna ricordare che l’economia è uno strumento, non un fine. 

Secondo lei perché è importante che il fornaio di Altamura batta McDonald?

La questione di Altamura è curiosa - ne ha parlato persino il New York Times - ed è un po’ un esempio della classica storia di Davide contro Golia. Forse per noi italiani è meno curioso che venga preferito un prodotto nostrano, ma dà l’idea di come il mondo vada verso l’omologazione dei gusti e dei consumi e del fatto che sia doveroso battersi per questa diversità.

Scelga per i nostri lettori un episodio contenuto nel libro...

Scelgo una storia che mi riguarda direttamente: sono socio della bottega di commercio equo e solidale di Forlì che qualche anno fa ha trasferito il suo negozio a 400 metri di distanza e ha deciso di farlo organizzando un flash mob a cui ho partecipato personalmente: una sorta di catena umana che passava mano mano i pacchi da un posto all’altro. Questa è la dimostrazione che una buona idea valorizza molto anche i più semplici eventi quotidiani.

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