Di Germano La Monaca
Egomaniaci

Il nuovo libro di Michele Serra “Oguno potrebbe” racconta l’individualismo digitale dei nostri tempi dal punto di vista di chi non riesce e non vuole adattarsi

Disilluso, confuso, alienato, tragicomico. “Uno che è nato tardi”. Questo è Giulio Maria, il protagonista dell’ultimo libro di Michele Serra Ognuno potrebbe. Giulio Maria è un antropologo ricercatore, trentaseienne, che si occupa di “un’importantissima” indagine scientifica (studia le esultanze dei calciatori dopo i goal, guardando e riguardando filmati con il collega Ricky), vive da solo con la madre vicina agli ottant’anni in un rapporto che potrebbe essere più quello tra fratello o sorella che tra madre e figlio. Il padre, produttore di mobili, è morto, lasciandogli un fardello pieno di ricordi, un capannone per la lavorazione del legno, ma soprattutto una serie di attrezzi che, ormai spenti, fanno sentire il loro rumore molto più di quando erano in funzione. È fidanzato con Agnese, di cui, a parte il colore nero dei capelli e la delicata carnagione chiara, l’unica cosa che la caratterizza è la sua dipendenza dall’“Egòfono”, traslitterazione italiana dell’iPhone utilizzata da Serra per indicare gli smartphone. Giulio Maria li condanna aspramente perché portatori di una sindrome moderna, la sindrome “da sguardo basso”, che colpisce chi, con lo sguardo perso nello schermo verde e blu dello smartphone, è immerso in “uno star dicendo, star facendo che deve aver avuto un inizio e avrà una fine ma che è sempre in corso, e soprattutto che non è qui che è in corso”. 

In prima persona, attraverso quello che potrebbe essere un vivace monologo nella testa di Giulio Maria, si dipana una trama dove non vi sono particolari specificazioni, non viene detto il luogo ma descritti sfondi, la casa, l’azienda del padre, le strade che percorre in macchina, il bar della fidanzata, in un tempo che sembra non esistere e la cui assenza appesantisce tutto ciò su cui Giulio Maria posa lo sguardo, come il capannone pieno di legno da tutto il mondo o i video delle esultanze calcistiche. 

Serra costruisce un personaggio nel cui sguardo disilluso è semplice immedesimarsi: Giulio è nato dall’incontro di un lavoratore, il padre che, seppur morto, fa ancora sentire attraverso la fabbrica lasciata in eredità tutto il senso di dedizione al dovere di una generazione ormai scomparsa, e dalla madre, figura di sognatrice che strideva in mezzo alla laboriosità dei suoi tempi, come in quelli del racconto, dove vanta glorie troppo vecchie per essere credibili; figure entrambe inghiottite dal moderno egoismo digitale, che il protagonista attacca. L’umanità nella trama è spesso indicata con il nome di “digitambuli”, gli annegati nell’edonismo virtuale, nella non - logica del selfie, nell’attenzione e nella cura eccessiva dell’immagine virtuale di noi stessi, nelsl’abuso di una realtà che è solo proiezione astratta e ideale di quello che vorremmo ma non abbiamo, quello che dovremmo ma non facciamo, di quello che potremmo ma non possiamo. 

È una parabola dei nostri giorni quella che Michele Serra delinea nel suo romanzo, con le sue contraddizioni, le sue nostalgie e i suoi luoghi comuni, in cui i giovani possono benissimo riconoscersi smarriti, schiacciati da un passato così concreto da essere estraneo ad un presente di cui non si hanno le redini, perché perse nell’alienazione tecnologica, nello smarrimento di valori saldi e del significato pieno del rapporto tra uomo e uomo. Un romanzo che tutti dovrebbero leggere, per comprendere bene simboli a noi vicini, ma sui quali spesso ci poniamo poche domande, uniformandoci a loro. La conclusione è un piccolo capolavoro di penna, denso di bellezza e significato, perfettamente in grado di sintetizzare le contraddizioni, le paturnie e i languori della trama con il mondo stesso in cui siamo gettati ogni giorno a vivere e di cui, sempre più spesso, perdiamo coscienza.

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