Di La Redazione
Shakespeare in (RE)MIX

Andrea Liberovici porta in scena “Macbeth remix”, interpretazione moderna del classico shakespeariano dove suggestioni sonore e visive la fanno da padrone

Riproporre un mostro sacro come Macbeth in chiave moderna è un’operazione complessa: come si fa? Bisogna partire dal presupposto che il teatro sin dalla sua nascita si è sempre nutrito di tecnologia: dalle maschere, ai macchinari, all’arrivo dell’elettricità. Oggi il nostro mondo è molto condizionato dall’audiovisivo: colpiscono più dieci secondi di un video che un testo di trenta righe. Senza dare un giudizio di merito, bisogna però prendere atto di questo e anche il teatro può seguire un nuovo approccio, cercando un ritmo profondamente serrato, andando al nocciolo delle cose e utilizzando gli strumenti audiovisivi. 

Perché proprio Macbeth? Perché è un testo che Shakespeare ha riempito di suoni: tutto un insieme di citazioni sonore per sollecitare l’immaginazione del pubblico e degli attori che recitavano. Siamo quindi rimasti molto affascinati con Edoardo (Sanguineti, autore del testo, ndr) da un’opera che aveva una sorta di partitura scritta di suoni in mezzo alle battute. 

E poi per il tema, quanto mai attuale: una coppia che vive solo per il potere fine a se stesso. L’ossessione del potere che distrugge qualsiasi cosa è una tematica assolutamente contemporanea: il medioevo che vive nei due protagonisti appartiene a molti personaggi di oggi. E il teatro, come altre forme artistiche, serve anche ad aiutarci a comprendere il presente. 

Avete quindi fatto un grande lavoro sulla musica: cosa si intende per scenografia musicale? Pensate ad un suono: ciascuna emissione sonora ha, nel suo evolversi nel tempo, una sua narrazione. Pensiamo ad esempio a dei passi da sinistra verso destra, magari con una suola di cuoio: questo suono evocherà in ognuno di noi un percorso. 

Usare i suoni come scenografia non significa usarli come decorazione, ma farli diventare parte integrante del testo. In più di un caso abbiamo compiuto l’operazione di sostituire alcune battute con delle sequenze sonore, che raccontano le stesse cose ma senza parole. 

Il testo in realtà non è tutto di Shakespeare, ci sono delle commistioni con il Macbeth del libretto di Piave per l’opera di Verdi… Sì, è un’idea geniale che ha avuto Sanguineti: in realtà si tratta di pochi frammenti inseriti a sospresa nel testo. Dato che si tratta di un’opera dell’Ottocento il linguaggio è diverso: c’è qualche rima, qualche termine desueto, che in qualche modo crea un piccolo sgambetto linguistico. Una sorta di effetto di straniamento che serve a prendere una boccata d’aria in una tragedia molto coinvolgente. 

Una delle parole chiave di Sanguineti per questo spettacolo è travestimento: in che senso? Travestimento è collegato alla radice di “tradurre”, che è la stessa di “tradire”: si reinventa in qualche modo l’opera. Anche nella più fedele delle traduzioni – e in questo spettacolo c’è tutto Shakespeare – comunque c’è qualcosa di rielaborato. E lo spettacolo stesso è un travestimento, una messa in scena di cui lo spettatore deve avere consapevolezza. 

Cosa deve aspettarsi il pubblico giovane da questo spettacolo? Un spettacolo forte, in cui l’uso della tecnologia non è discreto. Macbeth è una storia di persone feroci, che ha una sua potenza: spero che il nostro spettacolo riesca a farla sentire tutta, anche con l’effetto di straniamento e le prese di distanza che questo testo consente.

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