Di Monica Canu
Navigare nella società

I detenuti-attori del carcere di Marassi tornano in scena al Duse con Billy Budd il marinaio, un viaggio in cui la nave è simbolo di libertà. Ce ne parla il regista Sandro Baldacci

Il suo principale progetto, da circa dodici anni a questa parte, è il “teatro sociale e terapeutico”. Come definirebbe questo lavoro?

In questo tipo di lavoro, utilizzo gli strumenti pedagogici del teatro come mezzo per far acquisire ai soggetti protagonisti la consapevolezza di cosa voglia dire relazionarsi ed esprimersi. Si sviluppa anche l’idea di momento catartico quando gli attori vivono il confronto con il pubblico, sviluppano una consapevolezza di se stessi quali soggetti capaci di fare qualcosa di creativo e acquisiscono un’idea delle proprie qualità e del proprio lavoro, nel tentativo di liberarsi dalla percezione di emarginati ed esclusi.

 

Come descriverebbe l’esperienza con gli Scatenati e quali emozioni, sensazioni, impressioni si sono avvertite nell’aria durante le prove per Billy Budd il marinaio?

Questo tipo di lavoro è molto impegnativo soprattutto dal punto di vista pratico: bisogna ad esempio richiedere permessi per potersi spostare, ci sono molti controlli e tutto questo richiede più tempo per preparare uno spettacolo. Inoltre, il fatto di non provare con attori professionisti ma con persone che vivono diversamente l’esperienza teatrale, porta a lavorare come Shakespeare, su canovacci che vengono modificati durante le prove. Non sono tuttavia prove canoniche, ma laboratori settimanali nonché percorsi di formazioni e pedagogici. Nel caso di Billy Budd è stato un bel lavoro anche perché il testo, ambientato su una nave, permetteva di ricreare molte analogie con la vita del carcere, permettendo agli attori anche di fare un percorso su se stessi. 

 

Questo tipo di teatro è spesso sottovalutato se non discriminato sia dalle politiche culturali ma anche dalla società che ancora non lo accetta. Cosa ne pensa e quale appello rivolgerebbe?

La nostra storia ci ha portato a cercare di sviluppare uno standard lavorativo il più vicino possibile alle realtà dei teatri pubblici. Non parliamo di attori veri, né di professionisti dunque abbiamo in ballo emozioni e rapporti lavorativi diversi dalla consuetudine.

I detenuti lavorano con compagnie di attori e professionisti in un clima di reciproco arricchimento umano e di esperienze. 

 

Con quali parole inviterebbe i ragazzi delle scuole superiori ad assistere allo spettacolo?

Questo spettacolo è un esperimento, anzi un’opera rap, una produzione musicale. Portiamo uno stile che le giovani generazioni apprezzano e i cui temi spesso condividono. Un altro motivo per vedere lo spettacolo è che si tratta di un classico della letteratura di Herman Melville, quindi vale la pena conoscerlo e cercare di apprezzarne i valori espressi. Infine partecipare a questi spettacoli permette di riflettere sul concetto di rinserimento nella società quando si vive un periodo di emarginazione di qualsiasi tipo. Aggiungo infine che gli attori sono sempre molto disponibili in incontri dopo le messinscene, a confrontarsi con i ragazzi.

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