Attualità
Usa. Tasse sì, ma non per la guerra
Nel Paese delle taglie
Redazione | 2 dicembre 2011
Se c’è una cosa a cui gli americani danno valore, quella è il denaro. Non è questione di materialismo, ma di una strana commistione di meritocrazia e giustizia e della necessità di renderle commensurabili. Il lavoro ha un valore, e quel valore è espresso in dollari.
È per questo che la questione delle tasse in America è più controversa di quanto si possa immaginare. Da una parte infatti esiste un sistema di controllo sociale molto diffuso, incentivato da misure come quella della delazione al fisco: chi è in possesso di informazioni certe circa l’evasione fiscale da parte di persone che conosce ha diritto a percepire una “taglia”, che varia tra il 15% e il 30% dei crediti recuperati dall’Internal Revenue System grazie alla sua denuncia.
Dall’altra parte, però, è presente in America una lunga tradizione di contestazione della costituzionalità delle tasse, in particolare di quelle sul reddito e di quelle attraverso le quali si finanziano le spese militari.
Attraverso scappatoie legali che riguardano l’interpretazione del Sedicesimo Emendamento della Costituzione americana, la cui ratifica da parte del Congresso nel 1913 è avvolta dal mistero – secondo lo studioso William J. Benson, solo due Stati avrebbero effettivamente firmato l’emendamento, che avrebbe avuto bisogno del supporto di almeno trentasei Stati per essere approvato – è possibile sostenere che le tasse federali sul reddito siano incostituzionali e vincere in giudizio contro l’IRS.
Cercando su internet, sono moltissimi i siti americani che offrono consulenza ai cittadini su come fare causa al governo federale per sottrarsi al pagamento delle tasse sul reddito, e sono altrettante le storie diventate celebri di persone che, vincendo questi processi, hanno ottenuto lauti risarcimenti dallo Stato.
Altrettanto numerosi sono i Tax resisters, coloro che si rifiutano di pagare le tasse come atto di protesta contro le decisioni politiche dell’amministrazione americana. Un caso eclatante è quello della War Resisters League, associazione pacifista statunitense fondata nel 1923 che, tra le molte tattiche di disobbedienza civile contro la guerra, invita i contribuenti americani a rifiutare il fatto che metà delle loro imposte venga spesa per finanziare campagne militari.
Un’altra interessante contraddizione è rappresentata dal caso del District of Columbia, dove è situata Washington, la capitale degli Stati Uniti. Creato appositamente per ospitare gli organi di governo federale, il District of Columbia non è uno Stato, ma un “distretto” ritagliato nel 1791 dal Maryland nel quale era compreso. I cittadini di Washington DC sono circa cinquecentomila e sono soggetti al pagamento delle tasse. Addirittura, le loro tasse federali sul reddito sono le seconde più costose d’America. Questi cittadini, però, proprio perché non residenti in uno “Stato” dell’unione, non hanno gli stessi diritti di rappresentanza alla House of Representatives (dove per loro è ammesso un membro non votante), e non hanno nessun delegato al Senato. Nel 1961, per cercare di mitigare questa anomalia del sistema, il Congresso ha approvato il Ventitreesimo Emendamento, che consente ai cittadini del District of Columbia di poter votare alle elezioni presidenziali. Per garantire loro piena rappresentanza, però, occorrerebbe che fosse ratificato il DC Voting Rights Act, che finalmente trasformerebbe il Distretto in uno Stato a tutti gli effetti. Curiosamente a Washington DC, dunque, lo slogan “No taxation without representation” che animò la battaglia americana per l’indipendenza dall’Inghilterra è ancora fortemente sentito.
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