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Le parole sono armi
Le parole sono armi
Razzismo e intolleranza sono fenomeni sempre più diffusi sui social: mentre alla Camera dei Deputati è stata appena istituita una Commissione per fare il punto della situazione in Italia, il progetto europeo Prism prova a fare la differenza
Arnold Koka | 8 settembre 2016

Sono quasi 350 i casi di espressioni discriminanti pubblicate sui social nel 2014. Secondo quanto riportato dall’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali (Unar), si tratta di un dato in continua crescita. Il clima di paura all’indomani degli attacchi terroristici di Parigi e Bruxelles ha contribuito a far crescere la diffidenza generalizzata e, troppo spesso, veri e propri atteggiamenti di intolleranza, che trovano una valvola di sfogo sempre più diffusa sui social network. Monitorare questa tendenza e sensibilizzare sulla questione ragazzi, insegnanti, ma anche giornalisti e forze dell’ordine è l’obiettivo di Prism, un progetto europeo che coinvolge Italia, Francia, Spagna, Romania e Regno Unito.  Tra i partner italiani dell’iniziativa Arci, capofila del progetto, l’Unar, l’associazione Carta di Roma, e Cittalia, la Fondazione di Anci che si occupa di studi su ambiente, istituzioni, società e inclusione sociale. Ne abbiamo parlato con Monia Giannetti e Chiara Minicucci di Cittalia, che si occupano in prima persona del progetto.

Qual è il ruolo di Cittalia nel progetto Prism? Prism è dedicato alla lotta contro la diffusione della discriminazione sui nuovi media e sui social network. Molti studi e ricerche dimostrano che nei Paesi membri dell’Unione Europea gli attacchi fisici e verbali contro minoranze e immigrati stanno aumentando. Cittalia, in qualità di Fondazione ricerche dell’Anci, è attiva nello studio di possibili strategie di contrasto a questa tipologia di fenomeni.

Quali gli obiettivi? Mettere in campo azioni che puntano alla sensibilizzazione, all’informazione e alla disseminazione, al fine di aumentare il numero di segnalazioni e denunce, per promuovere un uso più consapevole del linguaggio e per ridurre l’uso e l’impatto dell’hate speech. Nello specifico, mira ad aumentare la consapevolezza sui rischi dei discorsi violenti; promuovere la formazione per avvocati e agenzie di sicurezza per migliorare la lotta contro i crimini di odio; indagare le caratteristiche del fenomeno nei singoli Paesi coinvolti; favorire il confronto tra giovani, istituzioni, Ong, rappresentanti nazionali ed europei delle più importanti piattaforme di social network come Facebook e Twitter.

Come si è evoluto il fenomeno negli anni? Come evidenzia il rapporto Ecri (European Commission against Racism and Intolerance) sull’Italia (2012), il dibattito politico e culturale italiano negli ultimi anni risulta sempre più spesso impregnato di contenuti xenofobi e razzisti, che trovano terreno fertile, da un lato, nella crisi economica che accresce le disuguaglianze sociali e, dall’altro lato, nella critica gestione dei flussi migratori degli ultimi anni, attorno a cui ruota la propaganda elettorale tanto taliana quanto europea, caratterizzata in entrambi i casi da messaggi nazionalisti, xenofobi e populisti.

In Italia si assiste da ormai più di vent’anni a pratiche discriminatorie e razziste che investono politica media e società.

A proposito di politica, cosa hanno fatto le istituzioni in questo senso? Sono state avanzate alcune proposte di legge, l’ultima delle quali (di cui è relatore il deputato Paolo Beni) è attualmente in discussione. Il dibattito in Italia verte principalmente sugli aspetti normativi: da una parte si invocano una regolamentazione dell’uso della rete e leggi più severe per i reati d’odio; dall’altra, c’è chi è preoccupato che un’eventuale iper-regolamentazione restrittiva dell’uso della rete possa ledere il diritto alla libertà di espressione. 

Internet effettivamente è visto un po’ come la terra di nessuno, dove tutti possono dire tutto: cosa si risponde a chi dice sostanzialmente “Sto su Internet, posso dire quello che voglio”? In realtà l’anonimato che si pensa di avere sulla rete è illusorio: la maggior parte dei profili online che appaiono come anonimi è in realtà facilmente rintracciabile dalle autorità giudiziarie in caso di reato. Bisogna peraltro riconoscere che in molti casi gli autori di commenti d’odio sono tutt’altro che anonimi, in quanto non si curano minimamente di nascondere la propria identità, perché non percepiscono come illeciti o illegittimi i contenuti che pubblicano, né ne provano vergogna.

Come se pubblicare una cosa in rete fosse meno grave che gridarla in piazza… Esatto. Gli individui tendono più facilmente a comunicare messaggi generalmente inibiti nella vita pubblica reale per timore di critiche e sanzioni, e spesso lo fanno con scarsa consapevolezza degli effetti di amplificazione attraverso la rete, banalizzando la gravità dei propri comportamenti e contribuendo così a innalzare il livello di tolleranza relativamente a determinate manifestazioni ed espressioni discriminatorie, “anestetizzando” la sensibilità su certe tematiche.

E spesso l’esempio lo danno esponenti politici. Le figure politiche e istituzionali, in virtù del ruolo che rivestono e dell’influenza che hanno, dovrebbero mostrare maggiore responsabilità rispetto ai messaggi che veicolano; tuttavia, molto spesso ciò non accade e anzi tali figure rappresentano l’esempio negativo che viene poi legittimato socialmente. 

Quali sono allora i metodi più efficaci per sensibilizzare l’opinione pubblica nei confronti dell’hate speech? La sensibilità su tale tema è stata finora poco diffusa, principalmente perché i soggetti che in primis dovrebbero formare e sensibilizzare non hanno la dovuta conoscenza del fenomeno. Nell’ambito del progetto Prism abbiamo redatto delle raccomandazioni: promuovere maggiormente attività di sensibilizzazione, informazione e formazione sugli hate crime e l’hate speech tra le forze dell’ordine e nell’apparato giudiziario, destinare maggiori risorse istituzionali a campagne di sensibilizzazione e informazione rivolte alla cittadinanza. Riteniamo che vada poi rafforzato il mandato dell’UNAR e che vadano garantite alle autorità di controllo pubbliche risorse umane e finanziarie adeguate a svolgere una più estesa ed efficace attività di monitoraggio del fenomeno. È necessario che si affermi una diversa attitudine culturale che coinvolga l’insieme della società.

Quali le iniziative specifiche di Prism Project? Abbiamo puntato su una comunicazione più innovativa, basata sul tema del counter speech, ovvero delle narrazioni di segno opposto che puntano a svelare bufale e intolleranze che circolano online attraverso il racconto di storie positive, capaci di smontare ogni forma di razzismo e intolleranza. Abbiamo poi coinvolto nel dibattito le direzioni nazionali ed europee di social network come Facebook e Twitter, nell’ottica di una strategia che coinvolga tutti gli attori interessati.

Di fronte a un articolo, un post, un commento contenente odio, qual è il comportamento ideale che bisognerebbe tenere? Oltre alle segnalazioni ai provider, vanno menzionate le principali autorità preposte al contrasto del fenomeno dell’hate speech online: Polizia Postale e delle Comunicazioni; l’Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori (Oscad); l’Unar. In generale, è importante non cedere alla rassegnazione, anche contribuendo alla diffusione di contenuti e iniziative che promuovono il counter speech ,sfruttando il potenziale virale della rete a fini positivi.

 

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