Un giorno di ordinaria follia
Un film che fa riflettere sugli aspetti più sconvolgenti e nascosti dell'animo umano, senza filtri o prese di coscienza: ritrae con ferocia un mondo nel quale vige la legge del più forte e che mette all'angolo i più deboli
Bianca Verolini | 31 March 2020

Un giorno di ordinaria follia, uscito nel 1993, ma intriso di tutti quei problemi che affliggono l'uomo moderno, racconta di un individuo apparentemente comune, che vive una profonda insoddisfazione esistenziale dovuta alla perdita del lavoro, della moglie e della custodia della figlia. Una vita segnata dai fallimenti di uomo incapace di stare al mondo, sopraffatto da una società egoista e alienante, verso la quale prova così tanto rancore, che basta davvero poco, a fargli perdere il controllo di quella scomoda finzione che è ormai divenuta la sua esistenza. Attraverso un graduale aumento di tono, il film sfocerà in un vortice di follia e violenza; l'elemento scatenante che porterà William Foster a sfogare la rabbia repressa accumulata durante una vita di abusi, è il caotico traffico di Los Angeles durante una giornata torrida, simbolo dell'insopportabile pressione sociale, che sopprime la dignità di tutti coloro che ritiene obsoleti, troppo uomini per un mercato in cerca di meri esecutori del destino.

La Los Angeles raccontata nel film, quella dei primi anni '90,  diviene una “giungla urbana” nella quale vige la legge del più forte e dove anche l'uomo comune può imbattersi in voluti stereotipi quali una gang cinese che si avvale della violenza ingiustificata per far valere il proprio onore o un negoziante estremista esaltato dalla folle ideologia nazista. Dopo una vita di soprusi, senza mai scomporsi, il personaggio, acceso dai suoi istinti più remoti e primitivi, vaga per la città seminando il panico, accecato da una incontrollabile follia.

Il protagonista, un uomo divorato dalla realtà che lo circonda e che fa gravare su di lui il peso dei propri errori, si chiede simbolicamente se è davvero lui il cattivo della situazione, lui che vorrebbe soltanto portare un regalo a sua figlia e per farlo deve affrontare una “dolorosa e crudele Odissea urbana”. Ma William Foster non è una persona cattiva, ma diviene lui così come tanti altri uomini un bersaglio sempre più facile da colpire, sopraffatto dalle proprie debolezze e dall'alienante e rigida società di un mondo che sta cambiando, sublimemente raccontato dal regista Joel Schumacher nella scelta della musica e del paesaggio. Un film che parla di disparità e ingiustizie sociali, di una lotta contro un sistema irrimediabilmente scorretto verso i più deboli e del rifiuto di guardare avanti ad un futuro, che non offre grandi possibilità di riscatto.

Il destino del protagonista si incrocia con quello del Sergente Martin Prendergast, il quale sta affrontando l'ultimo giorno di lavoro prima di andare in pensione ed è alla ricerca di un'avventura che sconvolga per quel poco che può una carriera volta a preservare l' incolumità piuttosto che al brivido del servizio in strada.

Fra i due si instaura un rapporto controverso: il sergente prova quasi ammirazione per il protagonista, con il quale condivide l'insoddisfazione della propria esistenza e gli riconosce il coraggio di star combattendo da solo una battaglia. Mentre William, soprannominato D-Fens, supera il punto di non ritorno in un'irrimediabile sfogo di rabbia, Prendergast per la prima volta dopo tanto tempo, forse inspirato dalle gesta di quel giustiziere un po' inusuale,  prende in mano la sua vita e nella scena finale, di forte impatto, si scontra innanzitutto con se stesso e vince le proprie debolezze.

Un finale che è un degno epilogo di una storia dalla cornice tragica, che ritrae la vera essenza dell'uomo, animata dagli istinti più reconditi e priva di qualunque ragionevolezza. Un film facilmente contestualizzabile, specialmente in un clima di tensioni sociali e sfiducia verso un governo che sembra mettere all'angolo i più deboli e dove anche l'uomo comune sente il dovere di farsi giustizia da sé.

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