Cinema e Teatro
Pupi Avati. Viaggio nel cuore delle donne
Le ragazze del secolo scorso
Arriva nelle sale l’ultimo film del regista emiliano: un tuffo nel passato per riscoprire l’Italia degli anni Trenta e le sue straordinarie donne
Kalliroi, 18 anni | 7 November 2011
Prima metà degli anni Trenta: in una cittadina di campagna dell’Italia centrale il figlio di una famiglia contadina si innamora, ricambiato, della bella Francesca, figlia di ricchi proprietari terrieri, che vogliono invece sistemare le due sorelle più bruttine… L’ultimo film di Pupi Avati parte da qui, per dipingere l’affresco di una generazione di donne abituate a soffrire. A raccontarcelo è proprio il regista emiliano.
La storia del suo ultimo lavoro, Il cuore grande delle ragazze, prende spunto da una vicenda autobiografica, dai racconti dei suoi nonni. Quale Italia ne viene fuori?
«Tutto ciò che racconto, le parti che sembrano eccessive, che possono apparire più frutto della mia fantasia che della realtà, sono invece quelle più vere. Parlo del tipo di donna di quegli anni e del suo rapporto affettivo con la persona destinata ad essere suo marito e che nel 99% dei casi lo sarebbe stato per tutta la vita. Era un rapporto sbilanciato ed era ingiusto il modo di comportarsi degli uomini verso le loro mogli, anche quello di mio nonno. Le donne erano rassegnate, avevano un cuore grande, direi immenso, riuscivano a sopportare il tradimento, mentre l’uomo si autogiustificava».
Perché le ragazze hanno un cuore grande?
«Le ragazze hanno un intuito, una sensibilità, un cuore più grande degli uomini, per il fatto che generano la vita, la conoscono di più e meglio».
Cesare Cremonini come protagonista del suo film. Come se l’è cavata nei panni dell’attore?
«Straordinariamente bene, sono entusiasta. Cremonini non è solo un cantante molto dotato e autore di belle canzoni. Se attori si è e non si diventa, Cesare lo è, ha la qualità della naturalezza. Malgrado la sua inesperienza totale, in un film in cui recita il ruolo di un personaggio che non ha niente a che fare con lui, se ne è appropriato, l’ha fatto diventare totalmente se stesso».
Per la realizzazione del film avete coinvolto anche i giovani delle accademie di recitazione e scenografia. Come è stata questa esperienza?
«Per i giovani dell’accademia di Macerata è stata molto positiva, adesso sanno che cosa li aspetta. Ma i nostri set, devo precisare, sono un po’ particolari: facciamo cinema con un atteggiamento un po’ più familiare e rassicurante di quanto non si faccia altrove, quindi, l’idea che ne hanno tratto è in realtà un po’ più rosea rispetto alla professione di tutti i giorni. Ora comunque sanno cosa è il cinema, perché fino ad allora avevano studiato più la teoria che la pratica».
I ricordi sono un po’ il leitmotiv dei suoi film. Nei confronti del suo passato lei ha più rimorsi o più rimpianti?
«Rimpianti non credo di averne, perché sono una persona che ha sempre cercato di seguire il suo istinto, quello che pensava fosse giusto per accedere ad una felicità, sebbene totalmente irraggiungibile. Certo, quando diventi vecchio, vorresti non esserlo; ho scoperto però che la vecchiaia include in sé tutte le età, essere anziano vuol dire anche essere bambino, giovane, adulto, e quando lavoro torno spesso ragazzetto, almeno intellettualmente».
Lei avrebbe voluto diventare musicista jazz. Che differenza c’è tra passione e talento?
«Una differenza sostanziale: con la passione non si va da nessuna parte, si soffre soltanto. Io studiavo, ma con risultati modesti, perché non avevo talento. Con questo invece, se accompagnato dall’applicazione, riesci a dire chi sei attraverso quello che fai e siccome ognuno di noi ha qualcosa di speciale da dire, credo che la ricerca del proprio talento sia un dovere di tutti».
Quali progetti ha ora in cantiere?
«Farò un’incursione nel mondo della fiction, un film lungo dal titolo Un matrimonio incentrato su un’unione che supera i cinquant’anni: la storia del dopoguerra italiano viene rivissuta attraverso la vita di una famiglia bolognese».
Si dà alla tv, allora?
«La tv incontra il paese reale, il cinema solo delle elite. Con un progetto televisivo hai l’opportunità di essere visto da milioni di persone, e questo è estremamente seducente».
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