La memoria dipinta sui muri
Ileana ci racconta il progetto partito dalla strada e approdato nelle scuole per sensibilizzare sui temi del razzismo e dell'accoglienza
Elio Sanchez | 12 May 2020

Il progetto “La memoria dipinta sui muri” nasce dall'iniziativa della giornalista Ileana Panama che ha deciso di coinvolgere lo street artist Collettivo Fx per coprire alcune scritte razziste apparse a Messina sovrapponendovi dei murales dal significato di apertura e accoglienza. Da qui, l'idea di girare le scuole italiane per raccontare il progetto e per raccogliere interviste ai ragazzi.

Com'è nato questo progetto?

Dalla mia vergogna, in quanto cittadina messinese, per alcune scritte razziste apparse sui muri della mia città. Con due amici street artist abbiamo deciso di coprirle con dei murales. Non bisogna scordare che gli sbarchi continuano anche in questo periodo e che gli immigrati non hanno un luogo dove fare la quarantena. Le persone che non li sopportavano prima, ora hanno un motivo in più…

Cosa rappresentano i due murales?

Collettivo Fx ha realizzato Fatim Jawara, portiere della nazionale femminile in Gambia, morta nel 2016 affrontando la traversata del Mediterraneo. Di fronte invece, c’è una balena, realizzata da Nessunettuno e che è un simbolo di pace e di speranza ma anche di migrazione. Le balene spesso migrano e a volte, in questa migrazione, si spiaggiano o vengono uccise. Sicuramente chi sceglie di migrare, cerca di migliorare la sua situazione, quindi è una migrazione di speranza per un futuro migliore. 

Sei partita dalla tua città per realizzare questo progetto, ora stai girando mezza Italia per raccontarla. Qual è la reazione degli studenti? Come mai proprio le scuole?

In questo progetto ho deciso di affrontare con i ragazzi alcuni elementi, in primis il significato delle scritte, della svastica e della parola muro. I muri sono delle barriere che dividono culture, città, persone, invece di essere un segno di condivisione e uguaglianza; raccontano storie senza lieto fine, ma bisogna sperare che il lieto fine arrivi il più presto possibile. Credo che i ragazzi siano sottovalutati in questo. Sono partita dalle scuole proprio perché esse sono il primo vero melting pot; nelle scuole ci sono diverse culture ma i ragazzi sono tutti uguali. Ho trovato dei ragazzi molto più saggi di noi adulti, disponibili, simpatici... Mi auguro che questo mio lavoro sia un invito all’agire. Io nella vita faccio la giornalista, racconto storie, ma questa storia l’ho voluta affrontare semplicemente come persona con senso civico.

“La memoria dipinta sui muri” non è solo quella dei migranti. Non a caso hai deciso di iniziare il tuo progetto nelle scuole proprio nel Giorno della Memoria che ricorda l’olocausto. Perché? Continuerai in questa direzione?

Assolutamente sì, l’obiettivo è tornare nelle scuole non appena riapriranno. Vorrei che questo fosse un veicolo per portare i ragazzi ad interessarsi alla storia e a temi importanti come quello della “memoria” riferita ai fatti del passato ma anche a quelli del presente, perché i dispersi in mare sono un nuovo olocausto.

Come credi si possa fare per fermare il fenomeno sempre più dilagante del razzismo?

Con progetti come questo: andando ad incontrare i ragazzi e raccontando loro storie che li facciano riflettere per renderli portatori di un messaggio di uguaglianza, di una lotta a questi fenomeni. Partendo dalla sensibilità dei ragazzi si può andare lontano, nella certezza che prima o poi qualcosa germoglierà. Nel mio piccolo, ho incontrato tante persone disposte ad aiutarmi in questo progetto: oltre agli street artist, c’era anche il ferramenta Cristian che ci ha dato il materiale per fare questi due murales e tutta la gente che si complimentava con noi per il lavoro fatto... tutti ci hanno aiutato ad andare avanti. Sicuramente quelle scritte erano una vergogna per la città. Chissà cosa avrebbe pensato un turista passando di lì. 

 

 

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