Le api sono davvero a rischio estinzione?
"Se le api scomparissero dalla terra, per l'uomo non resterebbero che 4 anni di vita” dichiarava Albert Einstein. L'importanza di preservare questa specie a rischio estinzione
Letizia Defelice | 20 January 2021

Le api hanno sempre offerto un contributo essenziale a livello globale per mantenere stabile l’equilibrio sia alimentare che agricolo del nostro pianeta.  Stanno però incombendo dei fattori che compromettono  la salute e la vita di questi preziosi insetti. Il pericolo di questa specie è davvero così serio e allarmante?

Perchè è importante preservare le api?

Le api rappresentano un grandioso sostegno per il corretto funzionamento dell'ecosistema mondiale. Oltre che aver sempre fatto parte in maniera essenziale del ciclo riproduttivo delle piante angiosperme, queste creature sono entrate anche nella quotidianità di molte attività umane e diventate importanti per parte dell’economia di interi Paesi.  In parole più semplici è solo grazie al loro processo di impollinazione se crescono i frutti e alcuni tipi di verdura, e di conseguenza se disponiamo di questi alimenti e di tutti quelli che ne derivano. Infatti più del 70% del cibo che mangiamo dipende dall'azione laboriosa delle nostre amiche. Mele, pere, mandorle, agrumi, kiwi, castagne, ciliegie, albicocche, zucchine e meloni sono solo alcuni dei frutti la cui produzione verrebbe messa in crisi se le api non impollinassero i rispettivi fiori. Possiamo anche aggiungere che i pascoli degli animali d’allevamento, composti per esempio da trifogli ed erba medica, sono impollinati dalle api, così come molte importanti colture (carote, aglio, cipolla).  Un altro elemento di importanza fondamentale che si può ottenere solo grazie alle api è il miele. Divenuto un alimento presente ormai in moltissime case e componente di un gran numero di prodotti alimentari, il miele funge originariamente come fonte di cibo per le api stesse, che ne producono in abbondanza affinché funga loro come scorta di nutrimento per i periodi invernali. Ogni anno vengono prodotte 1,6 milioni di tonnellate di miele.

Quali sono i principali nemici delle api? 

Brutto a dirsi, ma la causa principale del preoccupante calo della popolazione di api è proprio l’uomo. L’inquinamento causato dalle emissioni di Co2 e dei gas fluorurati, dall’utilizzo di fertilizzanti azotati e dalla combustione di carbone, petrolio e gas sono in gran parte artefici di quello che oggi chiamiamo riscaldamento globale. Quest’ultimo potrebbe stravolgere i ritmi vitali delle api, che proprio a causa dell'innalzamento delle temperature e delle stagioni, che arrivano con tempi sempre più squilibrati, rischierebbero di trovarsi il polline quando non sono ancora pronte a raccoglierlo o, viceversa, di avere fioriture senza nutrimento sufficiente per alimentare l’alveare. Non solo: il cambiamento climatico sta favorendo la diffusione dei parassiti che distruggono gli alveari. A questo va poi aggiunto l'uso massiccio di pesticidi e sostanze nocive (come i solfati) da parte di alcuni settori dell'agricoltura che, trasportate dall'aria, intossicano l'habitat delle api.  Un altro problema, infatti, è proprio la perdita di habitat, che ha ridotto la presenza delle risorse floreali e delle opportunità di insediamento. Inoltre, sia le api selvatiche che quelle allevate sono state travolte da una successione di parassiti e agenti patogeni che sono stati accidentalmente spostati in tutto il mondo dall'azione umana.

La seconda faccia della medaglia 

Come si fa a stabilire se una specie sia realmente minacciata e in pericolo? Quali sono i parametri ai quali fare affidamento per capirlo? I più importanti sono senza dubbio il numero di individui che costituisce una popolazione, il trend di popolazione (che può essere positivo o negativo) e l’areale (la vastità di territorio sulla quale si sviluppa).    Esistono dei gruppi internazionali come ad esempio la UCN, che hanno creato una vera e propria red list degli animali più a rischio. 

Le api sono una specie diffusa in tutto il mondo, che è costituita da individui selvatici e individui da allevamento. Le api da allevamento in particolare sono costantemente monitorate dall’uomo in quanto sono parte integrante della sua economia. Ciò significa che in caso di imminenti pericoli gli allevatori faranno sempre il possibile per far sì che le vite delle api non vengano compromesse.

Prendiamo in considerazione un dato ottenuto da un’indagine della FAO per quanto riguarda l’andatura della popolazione di api su scala mondiale tra il 1961 e il 2017:

Possiamo notare che si tratta di un trend dall’andatura indubbiamente positiva: il numero di individui è altissimo (oltre al fatto che questa è una specie cosmopolita diffusa ormai in ogni angolo del mondo). Specifichiamo che questo è un dato mondiale che rappresenta il numero di colonie di api che sono attualmente presenti in tutto il pianeta. Possiamo invece trovare sondaggi che rappresentano il trend del numero di alveari presenti in determinati paesi, e qui potremmo trovare un andamento negativo, come nel caso degli Stati Uniti tra il 2004 e il 2008:

 

Si tratta di un rapporto annuale dell'USDA sulle colonie produttrici di miele negli Stati Uniti. L'USDA raccoglie anche un censimento, effettuato ogni cinque anni a dicembre, delle colonie produttrici e non produttrici di miele. Esso conferma la tendenza al rialzo nelle colonie di api gestite, con un aumento del 13,1% tra il 2007 e il 2012.

In effetti, per la maggior parte delle regioni del globo e per la maggior parte degli impollinatori selvatici, non abbiamo dati sul fatto che ci siano stati effettivamente declini. Le migliori stime dell’AAAS (American Association for the Advancement of Science) suggeriscono che il numero di colonie di api da miele gestite è diminuito in Europa (25% di perdita di colonie nell'Europa centrale tra il 1985 e il 2005) e notevolmente in Nord America (59% di perdita di colonie tra il 1947 e il 2005). Tuttavia, le scorte globali complessive sono effettivamente aumentate del 45% circa tra il 1961 e il 2008 a causa di un notevole aumento del numero di alveari in paesi come Cina e Argentina. 

Partiamo da un presupposto: quando è nato questo clamore mediatico legato all’estinzione delle api? L’origine di gran parte degli scandali si può ricondurre al 2006 e agli anni successivi, in cui si è verificato un avvenimento mai riscontrato prima. Ci si iniziò ad accorgere che in determinate parti del mondo alcune colonie dopo l’inverno tendevano a collassare (sindrome dei collassi delle colonie). Si tratta di un episodio verificatosi soprattutto negli Stati Uniti e in Europa, come affermano i dati sopra citati. I numeri erano pazzeschi: il 30-40 % delle colonie di api non superava l’inverno. Questo dato ci implica ad immaginare un trend di decrescita sempre maggiore. Sempre secondo un dato della FAO però, le cui analisi vanno in concomitanza contemporanea al crollo delle colonie totali, avviene il contrario. 

Perchè? Certamente una fetta delle colonie non superava l’inverno per motivi che vedremo in seguito, ma passata la stagione fredda e arrivata la primavera, dalle colonie nascono nuove regine, che si spostano e fondano nuove colonie. il tasso di fondazione di colonie è pari al 30 per cento. La situazione è quindi equilibrata nonostante i cali invernali. 

Ci sono varie ipotesi per dare una spiegazione alla sindrome di collasso dell’alveare. La più accreditata stabilisce che si sia diffuso un acaro: varroa destructor, che si era diffuso con la caratteristica di succhiare il grasso delle larve e far indebolire moltissimo l’alveare. Si è trattato senza dubbio di un grande problema, ma non ha fatto in modo che la popolazione di api calasse in modo rilevante, perchè appunto poi si riproducevano. C’è anche da ricordare che l’uomo protegge le api e ha trovato pesticidi per questo acaro, che anno dopo anno han fatto sì che il problema diminuisse. 

Le api rimangono comunque parte integrante dell’ecosistema mondiale, e rappresentano un enorme alleato da aiutare in caso di difficoltà.

 “Se le api scomparissero dalla terra, per l'uomo non resterebbero che 4 anni di vita”.- Albert Einstein.

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