Mascolinità tossica, cos'è e chi la combatte
Da Renato Zero ad Achille Lauro, passando per Freddy Mercury e David Bowie: artisti e personaggi noti che combattono gli stereotipi di genere
Rachele Cuonzo | 3 May 2021

Secondo una definizione del “New York Times”, la toxic masculinity è “un insieme di comportamenti e credenze che comprendono il sopprimere le emozioni, mascherare il disagio o la tristezza, il mantenere un’apparenza di stoicismo, e la violenza come indicatore di potere (pensate al comportamento da ‘uomo duro’)”.  Quindi è un insieme di stereotipi che definiscono l’uomo come un essere dominante nella società e spesso sono accompagnati da misoginia e omofobia. Il termine viene dagli anni Ottanta, quando lo psicologo americano Sheperd Bliss ha cominciato a studiare le diverse forme di mascolinità. Nonostante siano passati molti anni, la mascolinità tossica esiste ancora nella nostra società. Basta pensare al fatto che ancora oggi molti ragazzi vengono cresciuti con dei modelli culturali del genere e ciò è dannoso sia per l’uomo stesso, sia per la società. Infatti causa spesso comportamenti di violenza come abusi sessuali o episodi omofobi.

In cosa consiste

Con questo fenomeno si assiste ad una vera e propria distruzione dello spettro emotivo di un uomo. La vera personalità viene nascosta e le emozioni, anche le più banali, vengono soppresse dando origine, in alcuni casi, a problemi psicologici che possono riversarsi sul corpo o far cadere la vittima in depressione. Infatti la toxic masculinity sottolinea che è inappropriato per gli uomini parlare dei propri sentimenti o emozioni. Depressione, ansia e problemi di salute mentale sono visti come debolezze.

Chi vi si oppone

Questo fenomeno è ormai centrale nel mondo della televisione e della moda. Già da tempo sono incrementate le proteste e i movimenti di uomini che si ribellano in diversi modi a questa tossicità truccandosi, indossando gonne e urlando al mondo chi sono veramente. Ad esempio Freddy Mercury o David Bowie sono stati tra i primi a distruggere questo tipo di stereotipo. A queste proteste e movimenti hanno preso parte anche molte case di moda e stilisti: Alessandro Michele, stilista di Gucci, con le sue nuove collezioni si è spinto verso l’immagine di un uomo diverso. Questo fenomeno possiamo ritrovarlo anche in molte icone della musica un po’ più attuali, come Achille Lauro sul palco di Sanremo, Renato Zero che negli anni Settanta ha rivoluzionato la tradizione con i suoi costumi particolari, o Harry Styles.

Il caso Harry Styles

Quest’ultimo, grande icona dello stile di Gucci, è stato il primo uomo ad essere comparso da solo sulla copertina di Vogue, indossando un abito “da donna” lungo a balze e una giacca doppiopetto. Non è la prima volta che Harry Styles si ribella agli stereotipi di genere nella moda: il Met Gala del 2019, lo shooting “The Little Mermaid”, il red Carpet dei Brit Awards 2020 e i Grammy Awards sono solo alcune delle occasioni in cui il cantante, indossando abiti che avessero uno stile tipicamente “femminile”, ha lanciato un forte messaggio a tutti quelli che ancora ritengono che ci siano abiti “da donna” o “da uomo”. Nell’intervista a Vogue Usa ha dichiarato: “A volte vado nei negozi e mi ritrovo a guardare i vestiti delle donne pensando che sino fantastici […] ogni volta che metti delle barriere nella tua vita, ti stai limitando. C’è così tanta gioia nel giocare con i vestiti. Non ho mai pensato troppo a cosa significhi: è solo un altro modo di essere creativi”. Infine nel 2019 la marca di rasoi Gillette, ha registrato uno spot che aveva come tema centrale proprio la mascolinità tossica. Nello spot sono riportati prima tutti gli atteggiamenti sbagliati di un tempo e poi quelli positivi, con l’obbiettivo che gli uomini imparino da questi “modelli giusti”.

 

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