Attualità
IO POSSO: dove il mare torna possibile e i diritti non hanno barriere
Giorgia Rollo racconta IO POSSO, un progetto fatto di spiagge accessibili, volontariato giovanile e relazioni che trasformano la disabilità da confine a occasione di incontro
Mariangela De Blasi | 7 settembre 2026
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Giorgia Rollo è avvocata e presidente dell’associazione 2HE – Center for Human Health and Environment. Da oltre dieci anni guida e sviluppa IO POSSO, il progetto nato dall’idea di Gaetano Fuso per rendere il mare accessibile anche alle persone con disabilità motorie gravi e alle loro famiglie. Oggi l’associazione gestisce quattro spiagge accessibili nel Salento e promuove, durante tutto l’anno, attività di sensibilizzazione, formazione, cittadinanza attiva e raccolta fondi.

A volte una rivoluzione comincia da un gesto semplice, come entrare in acqua, sentire il mare sulla pelle e trascorrere una giornata in spiaggia con gli amici o con la propria famiglia. Sono esperienze che per molti appaiono scontate, ma che le barriere fisiche, organizzative e culturali continuano a negare a tante persone con disabilità. IO POSSO nasce per abbattere queste barriere e la sua storia prende forma dalla vicenda di Gaetano Fuso, poliziotto colpito da SLA, e da un cartello con le parole «Io posso» appeso davanti al suo letto. Da quel messaggio personale è nato un progetto collettivo che in poco tempo ha coinvolto professionisti, amici, volontari e sostenitori. Oggi le spiagge accessibili di IO POSSO offrono gratuitamente assistenza, attrezzature e un’accoglienza competente, così anche le persone con disabilità motorie complesse possono vivere il mare in sicurezza e libertà. Il cuore del progetto, però, non è soltanto l’accessibilità fisica, perché conta anche la relazione e quindi la possibilità di essere accolti senza pietismo, di chiedere solo l’aiuto necessario, di fare una chiacchiera sotto l’ombrellone e di sentirsi parte di una comunità. Per “Socialmente Bello”, la rubrica di Zai.net che racconta esperienze capaci di rendere la società più giusta e umana, abbiamo incontrato Giorgia Rollo, presidente di 2HE – IO POSSO. Con lei parliamo di diritti, volontariato giovanile e di quella solidarietà che continua a moltiplicarsi quando viene condivisa.

IO POSSO nasce da una frase che Gaetano Fuso volle mettere davanti al proprio letto dopo la diagnosi di SLA. Come ha fatto quel messaggio personale a diventare un progetto collettivo capace di coinvolgere tante persone?

Dopo che Gaetano volle appendere davanti al suo letto il cartello con la scritta «Io posso», preparato insieme a nostra figlia Francesca, intorno a lui si creò un vero circolo virtuoso di solidarietà. Desiderava realizzare un accesso attrezzato al mare e continuare a vivere anche grazie a questo sogno, che non riguardava soltanto lui ma tante altre persone. Quella volontà contagiò amici, colleghi e professionisti in tutta Italia e anche all’estero, così ciascuno mise a disposizione competenze, tempo ed energie e il progetto diventò realtà in appena 120 giorni.

Per molte persone andare al mare è un gesto normale, quasi scontato. Che cosa significa, invece, restituire questa possibilità a chi incontra ogni giorno barriere fisiche, organizzative e culturali?

Andare al mare dovrebbe essere riconosciuto come un diritto, eppure per moltissime persone, anche con disabilità non gravissime, questo diritto è reso impraticabile dalle barriere. Le nostre spiagge non permettono soltanto di arrivare fisicamente in acqua, ma offrono anche luoghi accoglienti che comprendono e alleggeriscono tutte le manovre necessarie per vivere una giornata al mare. In quasi dodici stagioni estive siamo diventati un punto di riferimento per tante famiglie e siamo passati da una spiaggia a quattro. Nonostante le difficoltà organizzative ed economiche, continuiamo a garantire questo servizio ogni anno. Molte persone tornano da tutta Italia e anche dall’estero, perché sanno di trovare un luogo sicuro, familiare e davvero accogliente.

Ci accompagni dentro una giornata di volontariato in una spiaggia di IO POSSO? Che cosa fanno concretamente le ragazze e i ragazzi, dal momento in cui arrivano fino alla conclusione del turno?

Prima di iniziare, tutti i volontari partecipano a un corso di quattro ore durante il quale raccontiamo la storia dell’associazione, la sua organizzazione, la missione e i valori. Poi scelgono i turni, che iniziano alle 9 del mattino oppure nel pomeriggio, mentre alcuni restano per l’intera giornata. Affiancano il coordinatore nell’accoglienza e nella gestione della spiaggia e i più esperti possono aiutare ad accompagnare le persone in acqua, sempre insieme al personale formato. Altri svolgono attività semplici ma preziose, perché possono fare una chiacchiera sotto l’ombrellone, distribuire il caffè solidale oppure gestire il prestito di ombrelloni, sedie e lettini per familiari e bagnanti. Da queste giornate nascono spesso relazioni che continuano anche durante l’inverno. Alcuni volontari partecipano agli eventi e ai banchetti dell’associazione, mentre altri, l’estate successiva, vengono assunti per lavorare con noi durante tutta la stagione.

Una persona giovane potrebbe pensare di non essere preparata, di non avere competenze sanitarie o di non sapere come comportarsi. Quali qualità servono davvero e che cosa si impara durante la formazione?

Non chiediamo ai volontari di sostituirsi agli operatori, perché nelle nostre strutture ci sono coordinatori, accompagnatori formati per i passaggi dalla sedia al letto e alla sedia da mare, insieme agli operatori sociosanitari che intervengono quando una disabilità richiede attenzioni specialistiche. Ai volontari chiediamo disponibilità, rispetto, capacità di ascolto e voglia di imparare. La formazione serve a conoscere l’associazione e ad acquisire gli strumenti necessari per accogliere gli ospiti e sostenere concretamente loro e le famiglie. L’esperienza permette una crescita umana e relazionale, ma sviluppa anche competenze organizzative tipiche del lavoro associativo.

Quando ci si avvicina per la prima volta alla disabilità può esserci il timore di dire qualcosa di sbagliato, di essere invadenti o di non riuscire ad aiutare. Come accompagnate i nuovi volontari a costruire relazioni rispettose, spontanee e alla pari?

La paura è normale, perché ciò che non conosciamo può metterci in difficoltà. Durante la formazione la nominiamo apertamente e raccontiamo i diversi bisogni e le diverse forme di disabilità che i volontari potranno incontrare. Spieghiamo soprattutto che IO POSSO non è una struttura assistenziale, ma un lido come gli altri che offre alcuni servizi in più. Bisogna quindi relazionarsi in modo sereno, offrendo il supporto necessario senza essere invadenti. Alcune persone desiderano soltanto un aiuto tecnico per vivere autonomamente la propria vacanza, mentre altre possono avere voglia di parlare e creare una relazione, proprio come accade normalmente tra vicini di ombrellone. Lavoriamo molto anche sulle parole, perché è facile cadere in un linguaggio pietistico o assistenzialista e noi preferiamo parlare di diritti, autonomia e relazioni alla pari.

Spesso il volontariato viene raccontato soltanto come un modo per “aiutare gli altri”. Che cosa ricevono, invece, i giovani che scelgono di donare una parte della propria estate a IO POSSO?

Tutti, indipendentemente da come prosegue la loro esperienza, ci raccontano di sentirsi arricchiti. È una crescita umana, perché si incontrano persone e storie che cambiano lo sguardo sulla vita, ma è anche una crescita concreta che riguarda le capacità organizzative, il lavoro di squadra, la gestione dell’accoglienza e la responsabilità. Tra volontari, ospiti, famiglie e operatori nascono spesso legami che vanno oltre la stagione estiva, così ci si sente durante l’inverno, ci si incontra alla cena di beneficenza e ci si dà appuntamento per l’estate successiva. Alcuni volontari vengono perfino ospitati dalle famiglie conosciute in spiaggia. Sono connessioni autentiche che aiutano anche chi ha vissuto esperienze dolorose a sentirne un po’ più leggero il peso.

Viviamo un periodo in cui molti ragazzi e ragazze si sentono soli, poco ascoltati o privi di occasioni concrete per incidere sulla realtà. Che tipo di comunità si crea tra volontari, ospiti, famiglie e operatori nelle vostre spiagge?

Si crea una comunità in cui le persone non sono definite soltanto dal ruolo che hanno in quel momento. L’ospite può diventare sostenitore e volontario, il volontario può diventare un amico o in seguito un lavoratore, mentre le famiglie possono accogliere nelle proprie case le persone conosciute in spiaggia. Durante l’anno continuiamo a incontrarci attraverso eventi, attività e momenti conviviali. La cosa più importante è sentirsi parte di qualcosa e sapere che il proprio tempo e le proprie capacità possono produrre un cambiamento reale, mentre la relazione costruita non si esaurisce alla fine di un turno o di una vacanza.

Non tutti hanno la possibilità o si sentono pronti ad accompagnare qualcuno in mare. IO POSSO ha bisogno anche di persone che si occupino di comunicazione, raccolta fondi, organizzazione, tecnologia e manutenzione: come può ciascun giovane mettere a disposizione le proprie passioni e competenze?

Abbiamo bisogno di competenze molto diverse e non soltanto durante l’estate. Stiamo costruendo gruppi di lavoro specializzati, così «Io fiocco» si occupa di ideare e confezionare gadget estivi, natalizi e bomboniere solidali, mentre «Io clicco» riunisce chi può aiutarci con la tecnologia, la gestione dei dati, il sito e gli strumenti digitali. «Io acconcio», invece, coinvolge persone disponibili per piccoli e grandi lavori di montaggio, smontaggio, pittura e manutenzione. La nuova sede associativa è stata pensata anche per ospitare questi gruppi, organizzare riunioni e formazione, conservare i materiali e trascorrere del tempo insieme. Ciascuno può trovare il proprio modo di contribuire, mettendo a disposizione una competenza professionale oppure semplicemente qualche ora del proprio tempo.

Il vostro lavoro dimostra che l’accessibilità non è un favore concesso a qualcuno, ma un diritto. In che modo un’esperienza di volontariato può trasformarsi anche in cittadinanza attiva e spingere i giovani a chiedere città, spiagge e luoghi pubblici realmente aperti a tutte e tutti?

Andiamo nelle scuole e nelle università per raccontare che strutture come le nostre possono essere realizzate e replicate. Offriamo consulenza ad associazioni e amministrazioni che vogliono adottare il nostro modello e presentiamo anche altre iniziative inclusive, come il camper accessibile e le attività sportive e di sensibilizzazione. Conoscere un’esperienza concreta offre alle persone strumenti per agire, e infatti alcuni volontari hanno scritto tesi di laurea, organizzato convegni nei propri territori o avviato piccole iniziative quotidiane. È così che il volontariato diventa cittadinanza attiva, perché non significa soltanto partecipare a un progetto, ma anche portare altrove ciò che si è imparato e cominciare a considerare l’accessibilità una responsabilità collettiva.

La nostra rubrica si chiama “Socialmente Bello” e racconta esperienze che rendono la società più giusta e umana. Qual è la bellezza più grande che hai visto nascere a IO POSSO?

Di bellezza ne vediamo tanta ogni giorno, soprattutto negli occhi e nella gioia delle persone che vengono a trovarci e sentono la propria vita più piena. La cosa che mi commuove di più è vedere chi ha usufruito dei nostri servizi sentirsi parte del progetto e attivarsi per aiutarci. La disabilità, soprattutto quando è grave, può isolare e far sentire molto forte la solitudine, mentre il peso della malattia può portare rabbia e stanchezza. Quando però una persona si sente parte di questa famiglia e decide di rendersi utile alla stessa causa che l’ha accolta, accade qualcosa di profondo, perché la solidarietà ricevuta viene restituita, si replica e si moltiplica. Per me questa è la bellezza più grande.

Nota dell’autrice

Ho incontrato la SLA prima di conoscere IO POSSO, perché l’ho conosciuta accanto a mio padre, nel tempo sospeso di una malattia che restringe i gesti, cambia le parole e ridisegna i confini della vita quotidiana. Quando sono entrata nella storia di Gaetano e Giorgia, ho quindi riconosciuto qualcosa di profondamente familiare, ossia il desiderio ostinato di non lasciare che una diagnosi dica tutto di una persona.

Ci sono esperienze che non cancellano il dolore, ma riescono ad aprirgli una finestra. Per me IO POSSO è una di queste, perché è un luogo in cui il mare torna possibile, il limite non coincide con la fine e la cura diventa relazione, dignità e presenza. Raccontare questa storia significa anche custodire la memoria di mio padre e affidarla a un’idea semplice e luminosa, perché finché qualcuno continua a costruire possibilità, nessuna vita coincide soltanto con ciò che ha perduto.

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