L’ipotesi di un divieto sull’uso dei social per gli under 14 è tornata al centro del dibattito politico italiano dopo che la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha dichiarato di non essere contraria a un divieto per i più giovani. Una possibilità che apre una questione destinata a riguardare direttamente gli adolescenti: come proteggerli dai rischi della rete senza escluderli dalla vita digitale?
Un possibile divieto per gli under 14
In un’intervista pubblicata il 21 ottobre da la Repubblica, Meloni ha invitato il Parlamento a valutare nuovamente l’introduzione di un limite di età per l’accesso ai social. Tra le ipotesi c’è anche quella di inserire una misura nel percorso parlamentare di conversione del nuovo decreto sicurezza.
Pur non essendoci ancora nulla di approvato, in Parlamento sono state presentate già diverse proposte per limitare l’accesso dei minori alle piattaforme digitali, con soglie e modalità differenti. Una proposta presentata a Luglio, per esempio, prevede il divieto per i minori di 15 anni e l’obbligo di verificare l’età degli utenti.
Il dibattito italiano si inserisce in una discussione più ampia, aggiungendosi al numero crescente di stati europei che si stanno impegnando, negli ultimi anni, nella ricerca di un modo per proteggere i più giovani dai pericoli posti dall’Internet, ed è proprio sul concetto di “protezione” che si sviluppa la discussione più interessante.
Proteggere i ragazzi o limitare la loro libertà?
I motivi a favore di una restrizione non mancano, dal cyberbullismo, all’esposizione a contenuti violenti, senza ignorare il confronto continuo con modelli irrealistici per quanto riguarda l’apparenza e lo stile di vita. Limitare l’accesso ai social può effettivamente ridurre l’esposizione dei più giovani a queste dinamiche che, se non vengono controllate, possono porre in grave pericolo la salute mentale e fisica dei ragazzi.
Eppure il dibattito divide proprio perché i social, nel bene e nel male, sono ormai parte della quotidianità degli adolescenti. Pensare di eliminarli del tutto non è semplice, ma soprattutto significa chiedersi che cosa prenderebbe il loro posto. Oltre all'intrattenimento, sono diventati infatti spazi di aggregazione, grazie ai quali si comunica più facilmente e velocemente, passando dal condividere campagne sociali al far girare appelli in poche ore, fino a mobilitare migliaia di persone per una manifestazione. Per molti ragazzi rappresentano il modo più immediato per restare in contatto con il proprio gruppo e partecipare a quello che succede intorno a loro.
È sufficiente vietare i social?
L'efficacia di un simile divieto è una delle questioni più discusse. Un divieto totale di accesso ai social per i minori, per quanto possa sembrare la soluzione più immediata, corre il rischio di posticipare il problema, finendo per proteggere i ragazzi dai social senza prepararli a viverci una volta arrivati all’età prevista per il loro utilizzo. Secondo Simona Tirocchi, sociologa dei processi culturali e comunicativi al Dipartimento di Filosofia e Scienze dell’Educazione dell’Università di Torino, la vera sfida da perseguire non è il divieto assoluto, ma un’educazione in merito, che parta soprattutto dal posto dove sono meno utilizzati: la scuola.
La notizia di provvedimenti che intervengono sull’accesso dei minori alle piattaforme digitali riporta quindi al centro una questione importante: chi deve insegnare ai ragazzi a utilizzare i social in modo consapevole? Se il divieto può ridurre alcuni rischi nell’immediato, non basta da solo a fornire gli strumenti per riconoscerli e affrontarli. Per questo, accanto alle eventuali restrizioni, resta fondamentale investire nell’educazione digitale, coinvolgendo la scuola, le famiglie e le stesse piattaforme.




