L'ombra nera dei margini, Cidade de Deus
Recensione del film proiettato nel corso della rassegna "L'ombra nera dei margini-Periferie urbane e sociali nel cinema"
Tommaso Di Pierro | 18 December 2020

Un'intera popolazione d'infanzia derelitta, un mondo di diseredati abbandonati a se stessi. Questo sembra raccontare in apparenza Cidade de Deus, film brasiliano del 2002 diretto da Fernando Meirelles e Kátia Lund, ma le cose non stanno davvero così. Cominciamo dal principio.

Davanti ai nostri occhi il miserevole palcoscenico della favela Cidade de Deus che dà il titolo al film: «Troppo lontana dall'immagine da cartolina di Rio de Janeiro», come ci tiene a precisare il protagonista della storia Buscapé, aspirante fotografo. Costruita sul finire degli anni Sessanta, la Città di Dio altro non è che un agglomerato fatiscente di case in rovina, un barrio sprovvisto di gas, luce e strade asfaltate, rinnegato dal Brasile benestante e lasciato allo stato brado. Qui, tra innumerevoli scontri a fuoco e la calura di un deserto rosso, sembra di essere tornati nel Far West, solo che ora a regolare la legge in città ci pensano le numerose bande criminali guidate dai banditi Zé Pequeno e Sandro Cenoura, impegnati nel traffico di droga e in una guerriglia urbana senza fine. Niente di nuovo dunque. Cos'è allora che rende questo film diverso dagli altri?

La prospettiva narrativa più che documentaria (Kátia Lund è nota documentarista fin da quando girò con Spike Lee il videoclip di Michael Jackson They Don't Care About Us ambientato proprio in una favela), il desiderio di denuncia, misto però ad un'aura di felicità sospesa che abbandona qualsiasi forma di pregiudizio, rendono questa pellicola un gioiello contemporaneo, innovativo sul piano della forma e dei contenuti. Attraverso gli occhi del protagonista Buscapé, i registi mostrano una vera e propria scuola di diseducazione che si fa carne, intaccando ogni forma di vita. Evadendo qualsiasi forma di principio morale o di rispetto verso la vita umana, i protagonisti del film sono vittime e carnefici del loro stesso mondo, un mondo lasciato in abbandono, non voluto, non costruito da loro, ma pur sempre il loro mondo, dove bisogna crescere prima del tempo, farsi strada con le unghie e con i denti per guadagnarsi di che vivere e ottenere il rispetto di chi vive nella favela.

Eppure l'occhio critico guarda, ma non giudica. L'occhio critico fa uno scatto, una fotografia di questo microcosmo (la fotografia, unica via d'uscita di Buscapè per una vita degna di essere vissuta) dove le leggi della natura sono diverse e i ragazzi sono portatori di uno stile di vita che va oltre la criminalità, fino a farsi vero e proprio battesimo del fuoco per i frutti acerbi. L'ironia, l'allegria, il desiderio di maturazione, tutti questi molteplici aspetti non devono far dimenticare la violenza che si aggira nel film, dapprima sintomo leggero in ogni bambino e poi male incurabile nel cuore di tenebra di ogni uomo, soprattutto se la violenza, prima che venire dalla favela, viene dallo Stato, incurante dei problemi dei più disagiati. Con una regia sperimentale e virtuosistica che cerca di coinvolgere il pubblico giovanile, questo film fecondo di immagini è dedicato proprio ai giovani, nella speranza che l'arma del lavoro sia l'unica arma possibile contro una vita di strettezze e di indigenza, lasciando che siano le istituzioni e non altro a favorire un diverso battesimo del fuoco.

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