Ambiente
Fast fashion, chi sono i nuovi schiavi
L’Etiopia è il paese con il più basso salario del settore, dove i lavoratori vengono pagati con uno stipendio mensile che equivale al prezzo di una maglietta. La Cina è il paese con il maggior numero di fabbriche che corrispondono a questa descrizione, seguita dal Bangladesh, dove nel 2015 almeno 5 milioni di persone lavoravano in queste condizioni disumane
Sofia Garofoli | 3 maggio 2021

La fast fashion è un processo, largamente diffuso nel mondo della moda, che permette di minimizzare i costi di produzione, accorciando drasticamente i tempi. Questo è possibile unicamente per via dello sfruttamento della manodopera e della poca attenzione verso la salvaguardia dell’ambiente.

Schiavi di oggi

Potrebbe saltarci subito in mente il periodo della rivoluzione industriale, ma non serve andare così indietro nel tempo, tutt’oggi l’industria tessile si serve di veri e propri schiavi. Queste persone lavorano anche per 12-14 euro al giorno, guadagnando quotidianamente un paio di euro, in condizioni lavorative a dir poco pietose. Questo fenomeno interessa soprattutto i paesi più poveri ed è incentivato dai governi, che hanno interesse nell’attirare brand stranieri al fine di diventare sede delle grandi multinazionali. L’Etiopia è il paese con il più basso salario del settore, dove i lavoratori vengono pagati con uno stipendio mensile che equivale al prezzo di una maglietta. Senza assicurazione o tutela i lavoratori sono ammassati in magazzini dove spesso addirittura vivono. La Cina è il paese con il maggior numero di fabbriche che corrispondono a questa descrizione, seguita dal Bangladesh, dove nel 2015 almeno 5 milioni di persone lavoravano in queste condizioni disumane.

Soluzioni alla portata

La domanda che sorge spontanea è “In che modo possiamo noi compratori contrastare questo fenomeno”. Molti confondono erroneamente i brand che vendono capi più costosi come quelli che tengono comportamenti più politically correct. La realtà è che sia brand “costosi” sia brand che lo sono meno sono risultati in passato far uso della fast fashion. I negozi dell’usato possono tornare utili in questo caso, essendo sempre sostenibili. Mentre si fa shopping, invece, per essere sicuri di star comprando marchi su cui si può fare affidamento altro non resta da fare che ricercare se la loro politica di produzione è effettivamente coscienziosa. In questo caso ovviamente i costi dei capi non risulteranno mai eccessivamente bassi.

In ogni caso comunque il compratore deve sentirsi libero di scegliere i marchi che preferisce a seconda anche di quanto intende spendere in vestiti. L’importante è usare ogni mezzo disponibile per creare consapevolezza al fine di far cessare questo fenomeno, con l speranza di vedere un giorno anche i governi dei paesi più poveri opporsi a questa pratica inaccettabile.

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