Ambiente
Aree Marine Protette: la sfida allo sfruttamento del Mediterraneo
Lo strumento del Ministero dell’Ambiente per la tutela per la biodiversità delle nostre acque
Michele Sbizzera | 5 giugno 2026
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Il Mediterraneo è una risorsa importantissima per i paesi europei, luogo di commerci, pesca e turismo; tuttavia, lo sfruttamento intensivo dell’area e il sempre maggiore tasso di inquinamento stanno diventando insostenibili. Secondo un report del WWF, infatti, l’87% delle aree mediterranee monitorate attualmente presenta problemi legati a metalli tossici, sostanze chimiche industriali e rifiuti plastici.

Per fronteggiare il crescente rischio e far rifiorire la biodiversità nel Mare nostrum, da alcuni anni vengono istituite le Aree Marine Protette (AMP). Si tratta di zone marine che vanno dai fondali alle coste, di particolare ricchezza in termini di biodiversità, delimitate appositamente per tutelarne sia l’habitat sia le specie che la abitano. Inoltre, spesso sono luoghi destinati alla ricerca scientifica. Le AMP sono catalogate in 3 tipologie di zone in base alle restrizioni imposte all’uomo: A - aree in cui sono consentite solo attività di servizio e ricerca scientifica; B - aree in cui sono concesse attività non minatorie per l’ambiente (ed esempio l’immersione o la pesca professionale regolamentata); C - aree in cui sono possibili attività di modesto impatto ambientale (ad esempio entrando con un numero contingentato di barche). Per istituire un’AMP, il Ministero dell’Ambiente si avvale degli studi di fattibilità, coinvolgendo pescatori, subacquei e comunità locali. Una volta istituita con Decreto ministeriale, l’area viene affidata agli enti pubblichi locali (Comuni o Regioni) o a enti scientifici.

Un esempio storico del successo di tale pratica è la AMP delle Isole Egadi, istituita nel 1991. Tale area si impegna a tutelare habitat come le praterie di Posidonia Oceanica: la Posidonia è una pianta che forma vere e proprie praterie sottomarine, habitat di numerose specie che usano gli steli come nursery ed è anche utile a contrastare l’erosione delle coste con la formazione di banquette (strutture formate da foglie morte depositate dalle mareggiate). Tale ambiente è sempre più a rischio nel Mediterraneo per via delle attività umane come quella della pesca con reti a strascico che sradicano intere porzioni di organismi. Grazie alla tutela dell’area e ai vincoli imposti a questo tipo di pesca, nelle Isole Egadi è oggi possibile osservare specie come tartarughe marine, tursiopi, stenelle, capodogli, uccelli marini.

Un altro esempio è costituito dal Santuario dei Cetacei, tra la Liguria e la Sardegna, che preserva gli spostamenti dei mammiferi marini dalle imbarcazioni. Infatti, i cetacei utilizzano particolari sonar per comunicare ed orientarsi ma le barche possono entrare in contatto e ostacolarne il funzionamento causando in certi casi il loro spiaggiamento.

Oltre che per le specie marine, le AMP costituiscono un vantaggio anche per la pesca locale: infatti quando una zona protetta si ripopola, i pesci migrano nelle zone adiacenti non protette, favorendo la pesca sostenibile. Inoltre, la crescita di biodiversità può portare alla creazione di una zona di interesse e quindi un afflusso turistico con la creazione di un nuovo settore lavorativo locale.

Certo, la costituzione di una AMP può essere anche, soprattutto inizialmente, un problema per la pesca locale e le comunità, che devono ripensare, almeno inizialmente, il loro rapporto con il territorio anche in termini economici. E non vanno dimenticati i costi di gestione e mantenimento, che sono notevoli né la necessità di effettuare controlli continui, in modo che il turismo resti sempre ecosostenibile. Le Aree Marine Protette costituiscono in ogni caso una risorsa importante per la preservazione dell’ambiente marino e delle nostre coste, ampiamente danneggiate dallo sfruttamento attuato nei decenni passati. Ma il loro inserimento deve sempre avvenire attraverso un dialogo con la popolazione autoctona e un’analisi seria del loro impatto in termini socio-economici, affinché possano essere considerate una risorsa e non un problema.

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