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La vera rivoluzione non era l’MP3: l’intervista all’ingegnere Leonardo Chiariglione
La testimonianza dell’ingegnere, fondatore del gruppo MPEG, che racconta come la vera intuizione sia stata capire che solo la collaborazione avrebbe permesso di cambiare la musica per sempre
Gaia Canestri | 3 giugno 2026
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Leonardo Chiariglione è l’ingegnere che negli anni '90 ha cambiato il mondo della musica. Nel 1988 fondò il Moving Picture Expert Group (MPEG), un gruppo di esperti che diede vita a numerosi formati standard, tra cui il formato MP3 pubblicato nel 1992.

Che esigenza ha portato all’invenzione del formato MP3?

Sì parla molto dell’MP3, ma in realtà è solo una piccola parte di un progetto molto più vasto che si chiama MPEG, in confronto al quale MP3, preso singolarmente, è abbastanza marginale. Una volta si trasmetteva e si registrava l’audio sulla cassetta, a partire dagli anni ‘80 è iniziata poi la diffusione sul compact disc. Già negli anni ‘60, però, erano in atto studi, a cui ho potuto partecipare anche io nella mia vita da ricercatore, per la sostituzione della trasmissione di audio e video su cassette o su dischi con una nuova tecnologia. Questa nuova tecnologia era caratterizzata dai segnali non più rappresentati sotto forma di onde, ma di numeri. Era un’idea che esisteva, ma la cui realizzazione non era affatto immediata.

Il problema principale non era tanto la realizzazione in sè, ma il fatto che chiunque poteva metterla a punto in modo diverso: tutti validi ma incomunicabili tra loro, il che rendeva l’intero progetto inutilizzabile. La vera invenzione è stata l’intuizione di dover creare un gruppo, un team che collaborasse e che creasse uno standard unico. L’unione delle forze poteva veramente permettere di creare un sistema migliore, per questo nacque il gruppo MPEG. Uno dei primi standard è stato proprio il formato MP3.

Quale è stato l’impatto dell’introduzione di questa tecnologia?

Il concetto della musica portatile c’era già, pensiamo al walkman. Il problema del walkman era la sua esclusività: era un apparato della Sony, quindi qualcosa che qualsiasi attore del panorama dei media non poteva ripetere. L’invenzione di una tecnologia standard invece ha reso possibile la comparsa di milioni di apparati, che con il tempo sono diventati sempre più piccoli, fino a diventare minuscoli e a essere inseriti nei nostri telefoni come software. L’altra grande novità era la personalizzazione della musica: fino a quel momento la distribuzione della musica era legata a un editore che sceglieva, ad esempio, l’ordine delle canzoni all’interno dell’album. In parole semplici l’ascoltatore era vincolato ad ascoltare la musica così come l’editore l’aveva pensata. L’MP3 invece, per la prima volta, ha permesso che fosse l’ascoltatore stesso a scegliere di personalizzare la propria esperienza musicale: scegliere quali canzoni ascoltare e in che ordine farlo, persino ascoltare canzoni di cantanti o album diversi una dopo l’altra. Oggi, con applicazioni come Spotify, questa possibilità sembra scontata, ma al tempo non lo era affatto.

Negli ultimi anni stiamo assistiamo al “ritorno all’analogico” dalla fotografia alla musica. Se il progresso tecnologico rende gli strumenti sempre più efficienti, veloci e fedeli alla realtà, perché continuiamo spesso a preferire versioni meno perfette e volgiamo sempre più spesso tornare a tecnologie passate?

La questione di quale sia la musica migliore è ben radicata nel tempo: dal momento esatto in cui il compact disk è stato messo sul mercato ci si è chiesti se fosse davvero migliore di un vinile. La domanda, però, non è davvero capire quale musica sia migliore e quale peggiore, ma capire quali sono i parametri che ci spingono a definire qualcosa come “migliore” o “peggiore”. Tecnicamente parlando il compact disk ha una fedeltà maggiore rispetto alla musica così come viene generata dallo strumento, ma il punto è che dopo anni e anni di audio registrato si è iniziato a sentire la mancanza di quell’effetto di fruscio quasi impercettibile che i vinili avevano. Quindi se non definiamo cosa vuol dire musica migliore o peggiore non si va da nessuna parte. Dal punto di vista tecnico non c’è dubbio, ma nei fatti quel fruscio che alle orecchie di molti rende la musica migliore non c’è.

In ambito STEM si parla sempre di più di fuga di cervelli dei giovani ragazzi dall’Italia. Perché?

Il mondo è sempre stato pieno di italiani dotati di grandi capacità che sono andati all’estero e hanno riversato lì i loro talenti trasferendo ricchezza e benessere altrove. Questo accade perché in Italia ritengo che non ci sia un contesto adeguato per favorire la creatività, l’inventiva, il desiderio di fare cose nuove. Quindi i giovani scappano. Centinaia di migliaia di giovani con capacità enormi che in Italia si sentivano soffocare senza un futuro interessante.

Un messaggio per i ragazzi?

Mi raccomando, conoscete il mondo nella sua interezza. Al giorno d’oggi questo è diventato molto più complesso dei miei tempi, ma dovete capire la storia dei Paesi, la letteratura, la filosofia, la scienza. Ci vuole modestia, impegno, ma soprattutto una grande curiosità di capire il mondo intero.

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