Interviste
Il viaggio, il trauma, il bisogno di essere ascoltati: la migrazione agli occhi di uno psicologo di LGNET
Riccardo lavora da anni con le persone migranti, anche a bordo delle Unità Mobili del progetto LGNET3
Gaia Canestri | 5 giugno 2026
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Riccardo è psicologo a bordo delle Unità Mobili di LGNET. Da anni lavora a contatto con le persone migranti nelle zone di frontiera: a Lampedusa, Lesbos e nelle navi delle Missioni di Rescue. 

Si parla molto di sbarchi e numeri, ma poco delle conseguenze psicologiche dei viaggi migratori: quali sono le fragilità emotive più frequenti che incontri nel tuo lavoro?

Dipende dal momento. Il momento dello sbarco è sicuramente causa di shock psicologico dovuto alla paura di morire: per carenza di acqua, di cibo, per naufragio, per intemperie che rendono impossibile il viaggio. Dopo lo sbarco ci sono varie condizioni psicologiche che variano dalle difficoltà di adattamento a scompensi psichiatrici, disturbi post traumatici, ma ci sono anche forme più leggere come la solitudine dovuta al fatto di trovarsi in un altro continente senza più casa, famiglia, la propria cultura. 

Spesso si pensa che chi arriva debba solo “adattarsi” e andare avanti. Quanto è importante, invece, riconoscere e legittimare il trauma che molte persone portano con sé?

È importantissimo, ma spesso c'è un atteggiamento di menefreghismo nel pensare che si debbano adattare nel momento esatto in cui arrivano in un continente sconosciuto in cui non hanno nulla. Si tratta di persone che trovano una grande difficoltà, ma che non sono diverse da persone che hanno appena vissuto altri eventi traumatici come un terremoto o una calamità naturale. Non verrebbe mai naturale andare a chiedere a queste persone di essere le stesse di un secondo prima, e non dovremmo farlo neanche nei confronti dei migranti. 

Dal tuo punto di vista, cosa dovrebbero capire soprattutto i più giovani rispetto alla salute mentale delle persone migranti e al bisogno di ascolto, oltre che di assistenza materiale?

Secondo me i giovani non dovrebbero capire a prescindere, loro apprendono per cultura e imitazioni, per l'educazione che ricevono dagli altri. Più che i giovani dovrebbero essere le istituzioni scolastiche ad approfittare di questo momento in cui la popolazione è più multiculturale per dare esempi di empatia e curiosità. Conoscere e avvicinarsi a qualcosa senza prendere le distanze e stigmatizzare da lontano, è un compito educativo che spetta alle istituzioni e che i giovani devono ricevere. 

L’intervista è stata realizzata nell’ambito dei laboratori di lotta alle fake news e promozione di un linguaggio inclusivo a cura di Mandragola Editrice per LGNET3Roma, un progetto di Roma Capitale gestito da Arci Solidarietà.

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