Cosa è una baby gang? Perché sentiamo il bisogno di aggregarci in gruppi? In che modo la psicoterapia aiuta ad abbandonare la strada della violenza e della criminalità? Noi lo abbiamo chiesto a Filippo Pergola: psicoterapeuta, fondatore e direttore della Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Analitica Individuale.
Potrebbe fornirci una definizione di baby gang, includendo anche l’età dei membri, il tipo di crimini commessi, i luoghi e i momenti in cui agiscono?
Io non sono molto favorevole alle definizioni. Anzi, credo che sia quasi un’aberrazione del nostro tempo voler definire tutto attraverso dei costrutti rigidi, anche perché oggi il termine “baby gang” può voler dire tutto e nulla. Ci sono gruppi composti da bambini di nove anni e altri da ragazzi di ventitré; l’adolescenza stessa si prolunga ormai fino ai trent’anni. Se vogliamo dirla tutta, secondo me l’adolescenza non esiste neppure: la considero un neo-costrutto antropologico.
Un tempo non esisteva il concetto di adolescenza come lo intendiamo oggi: eri giovane, venivi mantenuto dalla famiglia e ti preparavi a entrare nella vita della comunità. Oggi invece esiste questa adolescenza prolungata, che arriva fino ai trent’anni. Alcuni miei colleghi parlano addirittura di “adultescenti”. Alla luce di questo nuovo concetto di adolescenza, diventa difficile definire un unico concetto di baby gang. Ciò che è più facile da identificare è il perché si aderisce a una gang. Oggi non riusciamo più a immaginare un futuro possibile e praticabile né nel presente né nel lungo periodo. Quest’incertezza e quest’indefinibilità che tutti respiriamo, non soltanto gli adolescenti, portano a un’esigenza disperata: costruirci dei nemici.
Quando sentiamo fragile la nostra identità, quando non sappiamo quale posto occupare nel mondo o cosa andremo a fare nella vita, cerchiamo appartenenza altrove. L’identità allora viene cercata nel branco. “Noi siamo i puri, i giusti”, mentre gli altri diventano “gli impuri”, “gli sporchi”. Questo accade perché non accettiamo di vedere in noi stessi quelle parti che riteniamo fragili o vergognose: il senso di inadeguatezza, di impotenza rispetto al mondo e ai compiti evolutivi che dobbiamo affrontare in ogni fase della vita. Tutto ciò che non vogliamo riconoscere in noi stessi o nel nostro gruppo di appartenenza finiamo per proiettarlo sugli altri. Quando puntiamo il dito contro qualcuno, dovremmo accorgerci che tre dita sono rivolte verso di noi. Arriviamo a identificare talmente tanto l’altro con quel male che anche lui finisce per identificarsi in quel ruolo e agire secondo ciò che noi vi abbiamo proiettato. Così nasce il nemico. Dal nemico ci aspettiamo una rappresaglia; la rappresaglia genera paranoia e la paranoia genera paura. E sapete di cosa è fatto quello che nei libri di storia viene chiamato “potere”? Della paura, generata dalla paranoia e, prima ancora, da quello che io chiamo “nemicalizzazione dell’altro”.
Questo meccanismo non riguarda solo le baby gang: riguarda anche ciò che accade nel mondo a livello macro-sociale. È una dinamica di proiezione paranoica. Per questo, più che darvi numeri o definizioni sulle baby gang, vi direi che una baby gang può essere formata anche soltanto da tre persone che condividono questo stato di impotenza radicale. Invece di impegnarsi per allenare la propria “muscolatura mentale” e affrontare quello che io chiamo il “viaggio dell’eroe”, cioè il percorso che permette di trovare il proprio posto nel mondo e sentirsi degni di valore e riconoscimento per ciò che si è, si preferisce creare dei nemici nel gruppo avversario.
Lo so, probabilmente non ho risposto direttamente alla domanda, ma io sono contrario alle definizioni. E sono contrario anche alle diagnosi: penso che spesso siano grandi costruzioni inventate da un mondo adulto che vuole manipolare.
Il fenomeno delle baby gang è davvero così diffuso e in aumento rispetto al passato? Ci sono dei dati in merito?
Al di là delle statistiche che lo certificano, io credo sia in aumento in generale il fenomeno della gang. Molte volte i ragazzi più fragili, da soli, non si sentono nulla. Allora hanno bisogno di un gruppo in cui, in qualche modo, la loro identità viene lasciata e consegnata nelle mani del capo, del leader o nel gruppo inteso come totalità, come se fosse un branco. A quel punto il branco funge da vera e propria "protesi dell’io". Il mostrarsi senza paura e senza pietà all'interno del branco nasconde in realtà il tentativo estremo di proteggersi dagli affetti e dai sentimenti depressivi che hanno nel profondo. La loro rabbia nei confronti del mondo è proprio il timore di non valere niente o comunque abbastanza e di essere invisibili agli occhi degli altri. Tentano di prendersi un posto nel mondo e di recuperare terreno nei confronti degli adulti, ma in realtà ottengono il contrario: si screditano a tal punto che, alla fine, il valore non lo prenderanno mai. Oltre al bisogno di costruirsi nemici e capri espiatori, c'è proprio questo aspetto: la fragilità, il vuoto cosmico che fa da contraltare all'onnipotenza illusoria con cui sono cresciuti. Per questo hanno bisogno di un gruppo che diventi un branco illusoriamente onnipotente.
Secondo Lei, le baby gang sono la manifestazione di un disagio rispetto ad un sistema che non funziona in termini di accoglienza, protezione, educazione?
Certo, ed è anche il motivo per cui è possibile uscire da questa dinamica. C’è un film molto bello che vi invito a vedere: Freedom Writers. Nel film un’insegnante porta avanti un programma di integrazione in una scuola del Bronx di New York: una classe con ventotto studenti appartenenti a dodici diverse “baby gang”, rivali tra loro, che coesistono e condividono lo stesso spazio in una scuola. L’insegnante fa di tutto, con tutto l’amore e tutta la passione ma non riesce assolutamente a farsi seguire. Tutto cambia quando si inventa uno stratagemma. Con i suoi soldi compra ventotto diari con relativa penna. Con una specie di cerimonia che sembrava quasi un rito di iniziazione l’insegnante va a consegnare il diario e la penna a ciascuno dei suoi alunni chiamandoli per nome e dando loro un’indicazione: scrivere qualcosa rispetto al loro passato, presente e futuro. Qualsiasi cosa: una parola, una frase, una pagina, un ricordo, un’immagine, una canzone, una poesia, un sogno, un progetto. Una volta consegnati i diari per verificare che il compito sia stato fatto, l’insegnante non li leggerà, a meno che gli studenti non decidano di depositarlo in un armadietto vuoto sempre aperto. Ed è qui che c’è la svolta: se le gang sono un problema di un sistema che non integra, la soluzione per integrare è proprio conoscere, riconoscere, dare parola alla storia dell’altro. Ovviamente nel film i ragazzi e le ragazze hanno riempito l’armadietto.
Prima dell’insegnante nessuno si era fatto pagina bianca, su cui consentire al membro di una baby gang di scrivere con il suo segno, comprendendone la sua storia passata, presente e futura, fatta di immagini, rappresentazioni, pensieri e sentimenti messi in parola. Questa sensazione che un’altra persona anche solo per un momento senta cosa vuol dire essere te è straordinaria, genera ogni cura e ogni cambiamento psicologico e sociale. Poi queste storie vengono lette all’interno del gruppo classe, il che è straordinario: dodici gang rivali che diventano integrate come immagine del mondo che potrebbe essere integrato.
Secondo Lei, in che modo la Sua professione può essere utile nell'aiutare un membro di una baby gang ad uscirne, ad abbandonare le strade della violenza e della piccola criminalità?
La cura passa sicuramente dall'ascolto dei racconti dello straniero che hai dentro di te, oltre che di quello esterno. Ci arriviamo innanzitutto attraverso il limite. Io, come psicoterapeuta, ti devo aiutare a rispondere alla tua ricerca del limite. Perché chi fa quelle cose nelle baby gang, chi manifesta quella potenza estrema del branco, in realtà sta dicendo essenzialmente: "Guarda cosa posso fare. Fermami tu, perché io non riesco a smettere." Cercano disperatamente qualcuno che li fermi. Sono perfino disposti a commettere dei crimini, perché almeno c'è la legge che li ferma. Immaginate una bottiglietta d'acqua: senza la bottiglia di plastica, l'acqua evaporerebbe nel tempo del nostro incontro. Allo stesso modo, l'identità di quel povero e fragile adolescente evaporerebbe senza il limite rappresentato dalla bottiglia. È questo che stanno chiedendo. Il secondo passo è l'integrazione dell'ombra. Le parti distruttive della mente, o quelle più fragili, non vanno eliminate: vanno integrate costruendo una buona diga. Noi, in terapia, costruiamo dighe. Il fiume in piena è carico di distruttività? Bene, ci costruisco una centrale idroelettrica e tutta quella potenza aggressiva diventa luce, calore, energia per un intero Paese. E il resto? Lo canalizzo nel deserto, permettendo addirittura due raccolti di grano all'anno. Immaginate di essere un eroe chiamato a compiere un viaggio. Prima di incontrare voi un paziente mi ha detto che si sente una nullità, ed è proprio lì che parte il viaggio dell’eroe: qualcuno ti riconosce talmente capace da dirti: "Guarda che il mondo ha bisogno di te." Incontrerai mostri, amici, nemici, draghi buoni e draghi cattivi. Entrerai nelle caverne, troverai pozioni magiche. Ma alla fine compirai una missione: tornare nel tuo mondo ed essere tu il cambiamento che desideravi vedere in quel mondo. A quel punto il ragazzo della baby gang non ha più bisogno di entrare in un branco per sentirsi qualcuno, perché quel valore lo troverà dentro di sé. Sarà il senso della propria esistenza a dirgli: "Svegliati, c'è bisogno di te. Prendi il tuo giusto posto e contribuisci al bene, al tuo progresso e a quello di chi ti sta intorno." E quando una persona riesce a fruttificare la propria vita, non ha più bisogno del sintomo: né della baby gang né dei disturbi alimentari, né degli attacchi di panico né delle dipendenze, né di tutto ciò di cui si parla così spesso quando si parla di adolescenza. Prenditi il tuo giusto posto e ricomincia ad accendere il desiderio e la speranza. Speranza significa proprio tendere verso una meta. Direi che questo è ciò che possiamo fare con la nostra professione.




