Dagli anni in famiglia alla Siria, vi racconto la vita di mio fratello Paolo
Parla Francesca Dall’Oglio: la sua vocazione è stata la sua forza anche quando è rimasto solo
Benedetta Bassino e Alice Peluso, 17 anni | 9 January 2020

Paolo Dall’Oglio era un padre gesuita, è stato rapito nel 2013 in Siria. A raccontare della sua vicenda Francesca, sorella di Paolo, membro come lei stessa dice di «una famiglia un po’ originale», otto fratelli, «di cui i primi sei in sei anni». 

 

Raccontaci di voi…

In famiglia, per i nostri genitori, è sempre stato importante che ci fosse un’educazione religiosa, ma aperta alle scelte libere di ognuno di noi. Lo scoutismo ha avuto una parte importante per tutti quanti. 

 

Cosa ha spinto Paolo ad andare in Siria?

Paolo ha compiuto un primo viaggio dopo la maturità con un gruppetto di amici scout, hanno attraversato l’Europa e poi sono approdati in Siria. Quello è stato un primo approccio. Poi si è sentito chiamato ad entrare nell’ordine dei Gesuiti. Durante il noviziato si è delineata pian piano in lui la vocazione di apertura al dialogo con il mondo musulmano. È stato in Libano, ha studiato arabo all’Orientale di Napoli ed è approdato in Siria.

 

Cos’è Mar Musa?

Mar Musa è un monastero molto antico dove inizialmente vivevano gli eremiti, poi abbandonato nel 1800. Dedicato a San Mosè l’Abissino, era un luogo di pellegrinaggio per tutti, anche per i musulmani. Paolo andò a Mar Musa e arrampicato sotto le stelle, ha sentito forte la chiamata alla Siria. Entrato nella piccola chiesa, si è trovato di fronte a degli affreschi meravigliosi, illuminati dalla luna. Mar Musa è frutto della sua vocazione profonda. Una comunità monastica che, a sei anni dal suo rapimento, continua a esistere. Mar Musa continua ad essere fonte di dialogo ed accoglienza.

Paolo diceva di essere innamorato dell’Islam e credente in Gesù. Perché il dialogo interreligioso è al centro della sua vita?

Paolo è sempre stato una persona curiosa, desiderosa di parlare e di confrontarsi con tutti. Del mondo musulmano penso l’abbia affascinato la fede nella speranza, nella resurrezione. Questa dimensione religiosa così diversa nei costumi, nei percorsi culturali, ma che poi condivide anche dei credo: la figura di Maria, i profeti della religione ebraica. 

 

Quali difficoltà maggiori ha incontrato?

Paolo non era uno che la mandava a dire! La prima difficoltà è stata quella di essere un prete gesuita e contemporaneamente monaco. Ha obbedito ai suoi superiori, a Roma ha fatto il dottorato di ricerca: Nella speranza dell’Islam, ma poi è stato ibernato dal suo ordine. In quel momento si è sentito solo.

 

Sappiamo che Paolo il 12 giugno del 2012 è stato espulso dalla Siria, ha deciso però di tornare nonostante i rischi nel 2013. Poco dopo le sue tracce si sono perse. Perché lo ha fatto?

Paolo, quando è uscito dalla Siria, ha scritto una lettera aperta, l’addio alla Siria. Lì c’è un Paolo che sperimenta l’essere esule, sradicato da ciò che ama e nello stesso tempo emerge la forza della sua vocazione. Ciò che ha portato il governo di Damasco ad allontanarlo era ciò da cui non poteva fuggire: la sua vocazione. Prima di tornare nel luglio del 2013, torna in Siria clandestinamente e va a Quasayr a liberare degli ostaggi. Sa di rischiare la morte. Lì c’è stato un momento importante: Paolo incontra il capo dei ribelli che avevano commesso il rapimento, un uomo della Jihad, e riesce a trovare un dialogo. Paolo amava questo popolo.

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