Due antipatici spendaccioni
Greta Pieropan | 3 dicembre 2011
Quando pensiamo a spot irritanti, spesso ci troviamo a pensare a quelli delle automobili. Questo perché la maggior parte delle volte propongono messaggi di forza, dominio, oppure vagamente filosofici o addirittura con citazioni letterarie piegate alla promozione di una macchina; insomma spot che potrebbero rovinare anche una bella automobile che si vende da sola.
All’apparenza, lo spot Dacia evita tutti questi errori: l’automobile è inquadrata all’inizio mentre percorre strade sterrate, pendii ripidi e tranquille strade cittadine, dove tutti i passanti si voltano a guardarla; lo spettatore comincia però a questo punto a sentire qualcosa che non va, e questa strana sensazione è dovuta all’inquadratura dei volti dei protagonisti: un uomo e una donna con aria snob, molto snob. Ma forse, pensa lo spettatore speranzoso, è perché la macchina è talmente bella che si sentono superiori agli altri, e non solo perché è effettivamente più alta di tante altre. In realtà quello era un chiaro segnale del baratro in cui sarebbe sprofondato lo spot alla fine: arrivati alla concessionaria, il rivenditore chiede come sia andato il giro di prova e poi rivela il prezzo. “Solo?”, fa lui incredulo. E lei: “Vogliamo spendere molto di più!!”, e lo trascina via. Lo spot si conclude con una voce fuori campo che ripete il prezzo mentre la telecamera mostra l’auto. È importante sottolineare la chiusura dello spot perché lo spettatore dopo la frase geniale della donna può avere due reazioni: cambiare canale o essere impegnato nel tentativo di recuperare l’uso della mandibola dopo il lungo e improvviso “cosa?!” che ha urlato contro la cliente snob.
Inutile dire che abbinare un prodotto a testimonial che il grande pubblico potrebbe trovare antipatici è rischioso, ma addirittura inventarsi personaggi sicuramente odiosi è volersi rovinare. È vero che i due non comprano l’auto, ma cosa vorrebbe dire il loro rifiuto? Che è sfacciato, come l’auto è “sfacciatamente unica”? E nemmeno il giochino della targa “UN 111 CO” salva la situazione: lo spot parte bene e finisce in un disastro.
All’apparenza, lo spot Dacia evita tutti questi errori: l’automobile è inquadrata all’inizio mentre percorre strade sterrate, pendii ripidi e tranquille strade cittadine, dove tutti i passanti si voltano a guardarla; lo spettatore comincia però a questo punto a sentire qualcosa che non va, e questa strana sensazione è dovuta all’inquadratura dei volti dei protagonisti: un uomo e una donna con aria snob, molto snob. Ma forse, pensa lo spettatore speranzoso, è perché la macchina è talmente bella che si sentono superiori agli altri, e non solo perché è effettivamente più alta di tante altre. In realtà quello era un chiaro segnale del baratro in cui sarebbe sprofondato lo spot alla fine: arrivati alla concessionaria, il rivenditore chiede come sia andato il giro di prova e poi rivela il prezzo. “Solo?”, fa lui incredulo. E lei: “Vogliamo spendere molto di più!!”, e lo trascina via. Lo spot si conclude con una voce fuori campo che ripete il prezzo mentre la telecamera mostra l’auto. È importante sottolineare la chiusura dello spot perché lo spettatore dopo la frase geniale della donna può avere due reazioni: cambiare canale o essere impegnato nel tentativo di recuperare l’uso della mandibola dopo il lungo e improvviso “cosa?!” che ha urlato contro la cliente snob.
Inutile dire che abbinare un prodotto a testimonial che il grande pubblico potrebbe trovare antipatici è rischioso, ma addirittura inventarsi personaggi sicuramente odiosi è volersi rovinare. È vero che i due non comprano l’auto, ma cosa vorrebbe dire il loro rifiuto? Che è sfacciato, come l’auto è “sfacciatamente unica”? E nemmeno il giochino della targa “UN 111 CO” salva la situazione: lo spot parte bene e finisce in un disastro.
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