Attualità
Giulia Mizzoni, la voce della Champions che sfida gli stereotipi del calcio
Cosa significa e qual è la ricetta per essere una conduttrice sportiva? Lo abbiamo chiesto a Giulia Missoni
Daniela Buhna, Matteo Brocco, Riccardo Orlando, Daniela Buhna e Giorgia Alagna | 10 marzo 2026
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Giulia Mizzoni è il volto della Champions League e protagonista della narrazione calcistica degli ultimi anni. Ha costruito il suo percorso tra studio, bordocampo e telecronache, in un ambiente che resta segnato da stereotipi duri a morire. Con lei abbiamo parlato di cosa significhi oggi essere una donna che parla di calcio cercando di mettere al centro la competenza più che la bellezza.

Hai mai avuto difficoltà nel tuo lavoro in quanto donna?

Non dal punto di vista della carriera o del trattamento dei colleghi. Ma una cosa che mi capita spesso è di avvertire un senso di superiorità e pregiudizio da parte di alcuni uomini quando parlo di calcio extralavoro.

Secondo te in che modo è possibile abbattere i pregiudizi che spesso ostacolano il cammino delle giornaliste nel mondo dello sport?

È una cultura radicata e quindi servirà tempo per sradicarla. Bisogna partire dalle famiglie ed educare alla parità. Anche noi donne possiamo fare la nostra per sradicare i pregiudizi: nel mio settore è importante non assecondare e rappresentare lo stereotipo della donna “bona” che parla di calcio solo perché “bona” e non perché competente.

Ad oggi quante possibilità ha un ragazzo che vuole intraprendere il tuo stesso percorso di farcela davvero e rendere la passione per il calcio il proprio lavoro?

Oggi è ancora più difficile di quando ho cominciato io. C’è sempre una componente di “fortuna”, che deve sempre essere aiutata dalla caparbietà e dalla competenza. Il mio consiglio è di insistere se si è convinti che è la strada giusta. La gavetta, il sacrificio sono fondamentali per capire se si è portati e veramente appassionati. Con i social si è un po’ perso questo aspetto che però io continuo a ritenere fondamentale. Il mio consiglio? Rimboccarsi le maniche, mettersi gli scarponi da montagna e cominciare la salita. Se hai le capacità, puoi emergere.

Quanto è diverso il mondo della radio da quello dalla televisione? Dove ti sei trovata più a tuo agio?

Anche qui, le differenze si sono molto assottigliate con il passare del tempo, perché tutte le radio oggi sono anche tv. Ma la radio resta il mio primo grande amore e il mezzo di comunicazione più potente che esista. Fare l’inviata comporta difficoltà organizzative e relazionali, dal momento che si sta sempre in giro.

Che tipo di vita è quella di chi segue il calcio in giro per gli stadi?

Ora che seguo la Champions viaggio tanto, visito numerose città e vedo stadi incredibili, ma riesco a giostrare bene gli impegni familiari perché le partite non sono così tante. In passato era più difficile, ma per me ne valeva la pena. Quando una cosa ti appassiona, non la vivi come un sacrificio. 

I media aiutano davvero a combattere gli stereotipi o li rendono più attuali? 

Dipende. I media hanno grandi responsabilità e c’è chi preferisce lavorare sulla credibilità piuttosto che rafforzare lo stereotipo. Io per esempio voglio essere ascoltata, non guardata. Ovviamente è giusto essere decorosi per rispetto di chi ti guarda, ma sia sui social che in televisione mi interessa il contenuto. 

Se avessi davanti a te due strade: raggiungere tutti gli obiettivi subito ma essere riconosciuta soprattutto per la tua bellezza o rifare la gavetta, rischiando di non farcela, cosa sceglieresti?

La strada della coerenza tutta la vita. La soddisfazione di guardarmi allo specchio e sapere di aver fatto quello che volevo fare come lo volevo fare è impagabile. Vale la pena correre il rischio di non farcela.

Chi vince la Champions?

Non ti rispondo perché tanto non ci azzecco mai. 

Come preparate i pre-partita e come li vivi?

Abbiamo una prima riunione online circa una settimana prima della partita per buttare giù una bozza di scaletta, lavorare i dati, le grafiche, le copertine che poi si evolvono in base all’attualità. Arriviamo sul posto il giorno prima della partita e facciamo il punto il giorno stesso. La diretta ovviamente comporta la gestione dell’imprevisto e dell’atmosfera e quindi l’improvvisazione è fondamentale.

È stata più emozionante la tua prima telecronaca o la prima partita da bordocampista?

Forse la prima telecronaca perché non era prevista: ho dovuto raccontare una partita di nicchia senza grande preparazione e la presenza di una voce femminile in telecronaca ha subito suscitato scalpore.

Quanto la maternità ha cambiato la tua carriera?

Da quando è nato mio figlio, ho acquisito una leggerezza diversa. La maternità ti dà una capacità di relativizzare e affrontare il lavoro con più padronanza e tranquillità. È chiaro che dal punto di vista pratico ci sono state tante difficoltà: vivevo con il tiralatte in camerino e ho dovuto imparare a vivere a incastro. Ma sapendo che c’è una ragione superiore a tutto, si vive e si lavora meglio.

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