Ho partecipato all'assemblea transnazionale organizzata da Altera nell'ambito del progetto Ways of Europe. A diciassette anni, era la prima volta che prendevo parte a un evento internazionale di questo tipo e, prima di partire, avevo un po' di paura. Pensavo che sarei rimasta in disparte e che sarebbe stato difficile capire gli altri. Invece è successo l'esatto contrario.
C'erano ragazzi e ragazze provenienti da Paesi diversi - Spagna, Francia, Ungheria, Paesi Bassi e Italia - ma tutti avevano voglia di confrontarsi. L'inglese non era la lingua madre di quasi nessuno e forse è stato proprio questo a metterci sullo stesso piano. Quando qualcosa mi sfuggiva bastava chiedere: le organizzatrici trovavano sempre il modo di spiegare e fare in modo che nessuno rimanesse indietro. L'assemblea si è svolta il 23 e 24 giugno al Cecchi Point di Torino. Dopo una presentazione del progetto e del programma, abbiamo seguito il primo intervento di Luciano Scagliotti, dedicato alla tutela del dissenso non violento e al rapporto tra libertà di manifestare e strumenti di sorveglianza. La conferenza è stata seguita da un dibattito aperto, in cui chiunque poteva intervenire.
La parte che ho trovato più interessante, però, è iniziata quando siamo stati divisi in gruppi di lavoro: il mio si occupava di cultura, arte e artivismo, cioè dell'uso dell'arte come forma di partecipazione e attivismo. Abbiamo individuato le principali criticità del tema. Tra gli argomenti emersi c'era, ad esempio, il rapporto tra opere create con l'intelligenza artificiale e diritto d'autore. Da li abbiamo immaginato come potrebbe evolvere la situazione nei prossimi cinque anni e quali cambiamenti sarebbero necessari, proponendo varie soluzioni. Ogni gruppo ha poi presentato il proprio lavoro agli altri. Tutti potevano lasciare osservazioni utilizzando post-it con i colori del semaforo: verde per le idee condivise, giallo per i dubbi, rosso per il disaccordo. Mi è sembrato un modo semplice ma efficace per permettere a tutti di parte-cipare.
Nel pomeriggio abbiamo seguito l'intervento di Ayoub Moussaid sul rapporto tra cittadinanza attiva, arte e partecipazione. Anche in questo caso la conferenza è stata soprattutto un punto di partenza per continuare il confronto nei gruppi.
La seconda giornata è stata dedicata a rileggere e riscrivere insieme le proposte elaborate il giorno precedente. Ogni idea è stata discussa, modificata e migliorata fino ad arrivare a un testo condiviso. Non sempre eravamo tutti d'accordo, ma nessuno cercava di imporre la propria opinione: si ascoltavano le motivazioni degli altri e si cercava una soluzione comune. Successivamente abbiamo seguito l'intervento di Afaf Ezzamouri, dedicato al ruolo dell'educazione nella costruzione della cittadinanza attiva. Anche questo intervento è stato seguito da un dibattito aperto. L'ultima mezzora è stata dedicata alla valutazione dell'esperienza e alla conclusione dei lavori. E stato il momento in cui mi sono resa conto di quanto fosse cambiata la mia impressione iniziale.
Ciò che ricorderò di questa esperienza non sono solo i temi affrontati, ma soprattutto il metodo: per due giorni persone provenienti da tutta Europa hanno potuto confrontarsi libera-mente, sapendo che ogni intervento sarebbe stato ascoltato e preso sul serio. Le proposte finali non erano già scritte: sono nate davvero dalle discussioni, dai dubbi e dalle idee di tutti i partecipanti. Mi ha colpito anche il fatto che nessuno fosse li solo per ascoltare degli esperti. Ognuno aveva la responsabilità di contribuire al risultato finale. È una modalità di lavoro che mi piacerebbe vedere più spesso anche a scuola. Accanto alle lezioni frontali, attività di questo tipo aiutano a sviluppare il pensiero critico, a confrontarsi con chi la pensa diversamente e a sentirsi parte di un percorso comune. Credo che imparare in questo modo renda quello che si studia molto più concreto e difficile da dimenticare.




