Oltre l'ipocrisia
Laviamoci il cervello
In occasione del quarantennale dalla morte di Pasolini, uno dei più celebri intellettuali del XX secolo, è doverosa una riflessione sulla natura del suo lascito
Gaia Ravazzi | 26 November 2015

Come ogni anno quando si avvicina una ricorrenza, il mondo di Facebook, ma anche i quotidiani nazionali, purtroppo, inizia a pullulare di banalissimi articoli in memoria del personaggio di spicco del momento. Un po’ come quando, morto un cantante, improvvisamente tutti si rivelano i suoi più grandi fan e, come unico risultato, la vostra home di Facebook inizia a diventare un campo minato di citazioni copiate e incollate cercando “Micheal Jackson’s quotes”. Similmente, purtroppo, in questi giorni sono spuntati come funghi articoli in memoria di Pierpaolo Pasolini, morto ormai nel novembre di quaranta anni fa.

La figura di Pasolini, al centro di un teatro di persecuzioni, emerge solo marginalmente in questo tripudio di lodi e banalizzazioni, tanto da far pensare che in realtà di lui non si sia capito nulla o che, per cavarsela con poco e accaparrarsi il pezzo sul quarantennale, sia mancata un po’ di sacrosanta ricerca.

Insomma: Pasolini, chi era costui? Nello sforzo continuo di cercare di incasellarlo come regista, scrittore, giornalista, poeta, sceneggiatore, si perde di vista una parola chiave: artista. Pasolini era un artista a tuttotondo con un messaggio da comunicare, indipendentemente dal veicolo. Alcuni, amanti della lettura, lo ricorderanno per Ragazzi di vita, il suo primo romanzo tanto criticato; altri, cinefili, rimpiangeranno le sue pellicole più famose, come Salò o le venti giornate di Sodoma o La Ricotta; altri ancora per amor del pensiero critico e di stampo giornalistico si lasceranno ispirare dai suoi molti scritti come gli Scritti Corsari, parabole ancora attuali sulla società di oggi.

Pasolini, artista e intellettuale del XX secolo, si porta dietro l’eredità di una società che non poteva che lasciarlo ai margini, viste le sue posizioni considerate controcorrente e la sua fama di anticonformista. La sua, seppur brillante, carriera fu costellata da ostacoli, processi giudiziari, attacchi alla sua omosessualità e malelingue; i suoi film aspramente criticati e i suoi libri censurati o boicottati per le tematiche trattate. 

Di questo, però, il mondo dei media, con le dovute eccezioni,  non sembra fare menzione.

Ciò che più colpisce è come questo epitaffio così sentito, che glorifica in maniera ipocrita l’artista perduto, scaturisca da quella stessa realtà che tanto duramente l’aveva ostracizzato. Quello di oggi, lo stesso mondo conformista da lui descritto e tanto criticato, non è altro che quella vocina che ci fa preoccupare solamente del nostro piccolo orticello, che ci porta scoprire chi è Pasolini solo e soltanto perché “potrebbe essere scelto come traccia alla maturità”. La società dei consumi tanto criticata da Pasolini, quel conformismo privo di riflessione, sono drammi attuali e noi non possiamo che sentirci toccati dalle sue parole anche quarant’anni dopo. Quello che dobbiamo sforzarci di fare, per onorare la sua memoria, è una dovuta ricerca per vedere e scomporre, come attraverso un caleidoscopio, la realtà di oggi, le sue contraddizioni e la sua ipocrisia.

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