A noi Gigi, please
A noi Gigi, please, che nonostante l’addio al grande pubblico lascia l’eredità più commovente di tutte: non porsi mai limiti nel fare ciò che si ama. Oltre i muri e oltre il tempo
Riccardo Cotumaccio | 2 November 2020

Tempo di compiere ottant’anni e andarsene, con eleganza e discrezione. Anche se lui discreto non lo è mai stato; a teatro, si intende. Anzi s’è sempre contraddistinto, ispirandosi a giganti mai dimenticati dal popolo che anni più tardi avrebbe reso immortale pure lui. Gigi Proietti nasce a Roma nel 1940, frequenta il liceo classico Augusto nel cuore del quartiere Appio Latino e lì - a detta di tanti ex compagni di classe - detta già le regole della teatralità in classe e nelle varie assemblee d’istituto. Scrive Nicola Bruni, ex direttore del giornalino d’istituto “Augustus”:

Mi capitò, in qualità di direttore del giornalino studentesco d’istituto che ogni anno organizzava uno spettacolo per finanziarsi, di fargli addirittura da impresario. Gigi cantò, suonò la chitarra e recitò, insieme con altri, in tre teatri da me noleggiati (tra i quali il famoso “Brancaccio”) durante le feste di Carnevale del 1958, del 1959 e del 1960.Nella cronaca del giornalino “Augustus” del febbraio 1959 si leggeva: “Un vero trionfo è stato tributato a Gigi Proietti, il quale è stato più volte richiamato al microfono per il bis, confermando di meritare l’appellativo di Ugola d’oro dell’Augusto”.

Come spesso si suol dire: un predestinato. Alto, bello, moro, dal carattere espansivo e bonaccione, ma tosto e alle volte introverso. Provocatore e maestro di malizia, mattatore per definizione e protagonista di nascita, “Luigi” riesce a toccare con mano ogni campo dell’intrattenimento recitativo: in televisione conquista lo share degli anni novanta con “Il maresciallo Rocca”, a teatro riempie l’Olimpico con “A me gli occhi please” e al cinema interpreta uno dei ruoli più iconici di sempre, dando voce e volto al Mandrake di “Febbre da cavallo”. Barzellettiere inimitabile e grande tifoso romanista, incarna in ogni suo gesto quel fare romanesco oggi perduto, figlio di un’epoca che non c’è più. L’era dei Vittorio Gassman, con cui recita in “Le piacevoli notti”, e degli Ugo Tognazzi, che affianca in “Casotto”, cui ruba qualcosina per completare lo stile personale. Il suo nome è sinonimo di tuttofare, artista assoluto e raramente impreparato. Le sfide gli piacciono e il palcoscenico sceglie non solo di viverlo, ma anche di dirigerlo con le esperienze al Brancaccio e al Globe Theatre della sua città. Ama la sua missione, quella dell’attore, per tutta la vita. Non la molla mai e anzi sceglie di rinnovarla di spettacolo in spettacolo e trasmissione in trasmissione.

Intervistato a marzo dal Corriere della Sera, Proietti svela il suo ultimo progetto: «Un Molière con una compagnia tutta di giovani attori». L’11 ottobre, intervistato da Repubblica, racconta senza fronzoli il suo rapporto con l’età: «La vecchiaia c’è e non puoi farci niente. Non mi ricordo chi ha detto: “Alla mia età, la malattia è questa”. È una malattia da logoramento, però non mi va di essere pessimista, ringrazio i miei genitori per il senso dell’ironia. Aiuta. Pensi ai capelli». Decine i suoi tormentoni, ancor di più i suoi personaggi. Punto di riferimento per tanti giovani attori, Proietti è l’esempio fondamentale di quanto in una materia - in questo caso la recitazione - non si debba per forza procedere a compartimenti stagni, ma sia possibile eccellere in tutte le sue accezioni. Serve il talento, è vero, che però può essere coltivato tramite l’esercizio. Ed è lì che le etichette muoiono e resta solo il lavoro. A noi Gigi, please, che nonostante l’addio al grande pubblico lascia l’eredità più commovente di tutte: non porsi mai limiti nel fare ciò che si ama. Oltre i muri e oltre il tempo.

Commenti