"Sulla mia pelle", il trionfo nelle sale e nelle piazze. Parla Ilaria Cucchi
Dalla solitudine di Stefano Cucchi alla solidarietà collettiva, il film che sta risvegliando l’esigenza di condivisione dei cittadini
Asia Nocco | 1 October 2018

Cosa rappresenta per te Sulla mia pelle?

Un film vero, forse fin troppo, che non risparmia nulla a mio fratello. Ma uno strumento importantissimo che ci consente di parlarne, a tanti anni di distanza dalla sua morte.

 

Come hai reagito alla proposta di Alessio Cremonini, regista del film?

Preoccupata. Non era facile per noi affidare la nostra vita e quella di mio fratello nelle mani di uno sconosciuto. Alessio ha invece affrontato questa sfida con una sensibilità disarmante, cercando di conoscere appieno la nostra realtà. Ha conosciuto Stefano, dandoci modo di non essere più soli o isolati in questa battaglia. Oggi posso dire d’aver fatto bene a fidarmi di lui.

 

Non sono mancate le polemiche.

Ci tengo a dire una cosa. Né io né la mia famiglia percepiamo un euro dalla produzione di questo film. Diventare ricca sulla pelle di mio fratello non rientra nei miei piani. Quest’opera vuole solo dar voce agli ultimi, morti da ultimi in una verità drammatica e nel disinteresse di chiunque. Guardate il film per capire un concetto fondamentale: i diritti dell’essere umano non sono mai sacrificabili per alcun motivo.

 

Che sensazioni ti ha lasciato il pubblico in sala?

Emozioni enormi. Vedere le sale piene, con persone costrette addirittura a tornare indietro per mancanza di posti, e le piazze gremite è un fenomeno che si contrappone nettamente alla solitudine in cui è morto Stefano. Questa storia è uscita dalla sua dimensione privata consegnandosi all’affetto e alla solidarietà del collettivo. In questi nove anni di battaglie ho sentito la gente sempre più vicina a noi. Ci si immedesima nella condizione della nostra famiglia per il senso di frustrazione che ognuno di noi prova ogni giorno in ambiti diversi.

 

Cosa ti auguri che il film possa lasciare agli spettatori?

Sicuramente la visione provoca rabbia e incredulità. Uscendo dalla sala, però, spero resti una consapevolezza diversa del tutto. Non si conosce più la mera cronaca dei fatti ma la storia vera e propria di quanto successo, ed è un passo in avanti fondamentale.

 

È stata fatta giustizia su Stefano?

Ormai conosciamo la verità. Sul banco degli imputati ci sono tre carabinieri e altri due accusati di falso. La giustizia può esistere anche per Stefano. E verrà fatta fino in fondo.

 

La violenza nelle carceri è una questione ancora viva. La si sta affrontando nel modo giusto?

No. La gente preferisce non vedere né capire. Le carceri sono ancora viste come discariche sociali. Mi spaventa come, in questo momento, il tema dei diritti umani sia ritenuto sacrificabile in nome di interessi superiori. Serve un’inversione di tendenza.

 

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