Giornali scolastici
Se ci tagliano il futuro
L’istruzione in Italia non è più una priorità: le spese per le politiche educative subiscono continui tagli da anni e a farne le spese è la nostra generazione
Fabio Rolleri, redattore di “Farò del mio peggio news!” giornale del liceo Grassi di Savona | 14 March 2014
La politica di espansione della cultura intrapresa nel ‘900 è stata quasi del tutto annullata dai tagli alla scuola pubblica degli ultimi 10 anni. Il risultato dei mancati investimenti nell'istruzione è evidente nella regressione delle capacità di leggere e di scrivere e nei risultati dell’indagine Pisa-Ocse 2012 sulla scuola. Drastica la riduzione dei finanziamenti all’istruzione nei paesi del sud e dell’est Europa: Norvegia, Svezia, Germania hanno incrementato i finanziamenti di oltre il 20%, Italia, Spagna, Regno Unito hanno invece effettuato tagli che si attestano al 10%. In Italia lo scenario è drammatico: soltanto il 32,8% degli studenti porta a termine un corso di laurea in tempo (Education at a Glance, 2010). Il che significa che il sistema non funziona e questo avviene perché non si investe più in scuola e università: l’OCSE testimonia che la spesa pro capite per studente in Italia ogni anno è di 9.580 dollari. Un impegno ridicolo se confrontato con quello degli altri Paesi: Stati Uniti, 25.576 dollari; Canada, 22.475; Svizzera, 21.893; Svezia, 19.562; Giappone, 16.015; Gran Bretagna, 15.860; Francia, 15.067; Corea del Sud, 9580. La media nei Paesi OCSE è quindi di 17.665 dollari: per ogni studente noi spendiamo il 26% in meno della media europea e il 46% in meno della media OCSE. Così si taglia il nostro futuro, così si tradisce la Costituzione.

E i risultati?
Dal 1988 calano i lettori e diminuisce l’entusiasmo per la scuola. Nel 2012, solo il 46% degli italiani (51,9% tra le femmine e 39,7% tra i maschi) dichiara di aver letto almeno un libro all’anno: per un confronto internazionale, si pensi che legge il 61,4% degli spagnoli, il 70% dei francesi, il 72% degli statunitensi, l'82% dei tedeschi. “Ma leggere un libro in dodici mesi non basta a qualificarsi lettori, non dovremmo considerare quel 20,7% della popolazione che ha letto meno di tre libri e che ha quindi un rapporto piuttosto occasionale con la lettura, mentre dovremmo considerare solo un 18,4% che ne ha letti da 4 a 11 e una sparuta pattuglia di “lettori forti”', pari al 6,3% della popolazione, che legge almeno 12 libri in un anno. In totale, quindi, meno di 14 milioni di italiani” (P. Morpurgo). Il dato, non a caso, è stagnante da quasi un ventennio, dopo un periodo di crescita impetuosa (nel 1965 poco più del 16% degli italiani leggeva un libro nell’arco dell’anno, mentre alla fine degli anni Ottanta la percentuale era del 36,8%). Insomma, un vero e proprio disastro. Si legge poco e dunque non si partecipa alla vita culturale del Paese. Ci sono anche differenze di genere: la lettura rende felici le ragazze, ma non i ragazzi. Ad esempio, nel Regno Unito le ragazze dichiarano che la lettura le rende tranquille e felici, mentre i ragazzi dichiarano che il leggere li annoia e addirittura induce loro ansia. Per i ragazzi il lettore è un noioso o addirittura un “geek”, uno “sfigato”. La costanza nella lettura si lega strettamente agli esiti scolastici. Le donne presentano percorsi di studio più regolari rispetto ai loro coetanei maschi: tra questi ultimi, in Italia, la quota di ripetenti è pari al 31,1 per cento, mentre fra le donne è inferiore di quindici punti percentuali.
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